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SPECIALE LA PRIMA COSA BELLA
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Cosa vuol dire avere una mamma bellissima, vitale, frivola, imbarazzante?
È il cruccio che ha accompagnato tutta la vita di Bruno, primogenito di Anna, fin da quando aveva otto anni. Tutto comincia nell'estate del 1971, quando assistendo alla tradizionale elezione delle Miss dello stabilimento balneare più popolare di Livorno, Anna viene inaspettatamente chiamata sul palco ed incoronata “la mamma più bella”.
Da allora, nella famiglia Michelucci, arriva lo scompiglio e per Anna, per Bruno e per la sorella Valeria, inizia un'avventura che si concluderà solo ai giorni nostri, con un'inattesa struggente riconciliazione.
 




REGIA: Paolo Virzì
SOGGETTO: Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Paolo Virzì
SCENEGGIATURA: Francesco Bruni, Francesco Piccolo e Paolo Virzì
PRODUZIONE: Medusa Film, Motorino Amaranto e Indiana Production
FOTOGRAFIA: -
MUSICHE: -
SCENOGRAFIA: -
MONTAGGIO: -
COSTUMI: -
CAST: Valerio Mastandrea.....Bruno
Micaela Ramazzotti.....Anna
Stefania Sandrelli.....Anna
Claudia Pandolfi....Valeria
Marco Messero.....Il Nesi
Fabrizia Sacchi.....Sandra
  NOTE DI PRODUZIONE
  INTERVISTE: VALERIO MASTANDREA


Paolo Virzì: Quando poi si è trattato di pensare a chi sarebbero stati i due fratelli sia Claudia Pandolfi che Valerio Mastandrea sono stati tra i primissimi pensieri. Claudia è un'attrice che adoro per generosità, intelligenza e sottigliezza, per l'ironia, per la sua natura di persona molto affettiva. Sapevo che lei si sarebbe trovata a casa a Livorno, sapevo del suo straordinario orecchio musicale per l'accento toscano e per un certo suo lato del carattere che mi sembrava potesse somigliare a quello di Valeria, ovvero profonda e giudiziosa ma allo stesso tempo gioiosa e leggera.
Per il ruolo di Bruno abbiamo provato anche altri attori, ma mi è venuto naturale pensare a Valerio Mastandrea, è un attore con il quale sento una complicità quasi fraterna, e mi piaceva averlo tra i piedi sul set perché è una persona molto intelligente, creativa, divertente, con una grande elasticità e una grande disponibilità ad adattarsi alle situazioni. E poi Valerio si porta dietro un'inquietudine vissuta in maniera ironica, vorrei dire quasi umoristica, la sua è un'infelicità umoristica, che a me piace molto e che sentivo che era molto appropriata per Bruno Michelucci. Un personaggio che dal suo passato e si porta dietro qualche ferita, dovuta al suo essere uno a cui non sfugge nulla, attentissimo, vigile, che ha sempre avuto gli occhi addosso a questa mamma esplosiva, ai dissidi segreti che nascevano in questa piccola famiglia livornese, e che si porta sulle spalle fin da bambino una responsabilità da fratello maggiore, da figlio primogenito.
Tra lui e la sua mamma Anna c'è un amore che a me ha fatto pensare a certe poesie di Giorgio Caproni, in particolare ad una bellissima nei Versi livornesi che si intitola Preghiera in cui incita la propria anima a tornare a Livorno, a fare in fretta per andare a incontrare la sua mamma, e dirgli quella cosa che non è mai riuscito a dirgli, ovvero che le manda un saluto suo figlio, il suo fidanzato. Bruno in qualche maniera in questa storia è come se fosse il fidanzato segreto di sua madre. E il suo ritorno a Livorno, da questa mamma che aveva tanto amato ma che lo aveva fatto tanto patire, alle prese con dei ricordi che non voleva ricordare, a contatto con una stagione della vita e con una città dalla quale era scappato, diventa un viaggio a ritroso che scopriremo essere un suo cammino verso l'accettazione di se stesso, una specie di riconciliazione con la propria storia, con la propria persona. Bruno riuscirà finalmente non solo a manifestare il suo affetto verso la sorella e verso questa mamma esplosiva, ma anche a voler bene un pochino a se stesso.

Claudia Pandolfi: Recitare con Valerio Mastandrea è stato bello ma anche difficile, paradossalmente, perché riuscire a mantenere la concentrazione con uno che ti riempie di botte in testa non è facile, però io ho il collo forte, e infatti nonostante abbia provato in tutti i modi a disturbarmi, non ci è riuscito e io mi sono affezionata ancora di più a lui. Bruno non è un personaggio semplice, credo che Valerio abbia dovuto lavorare sulla rimozione di altri tipi come Bruno che aveva incontrato nella sua vita professionale, voleva trovare a questo personaggio un'identità nuova. Non credo che gli rassomigli troppo.

Paolo Virzì: La prima cosa bella è il titolo di una canzoncina di Nicola di Bari che nel '71 trionfò a Sanremo: Anna la canta insieme ai suoi due cuccioli nei momenti di sconforto, per rincuorarli, in quelle avventurose nottate di vagabondaggi, cacciati da casa dal babbo accecato da una gelosia insensata, alla ricerca di una dimora in una città maliziosa e ostile. Durante il film vediamo che Anna intona anche altre canzoncine, come la splendida L'eternità dei Camaleonti, in una specie di mantra domestico, una medicina per tenere allegri Bruno e Valeria, e se stessa, in quei momenti difficili.

Domanda: Che differenze ci sono tra La prima cosa bella e gli altri film che lei ha interpretato per Virzì, N e Tutta la vita davanti?
Valerio Mastandrea: Mentre leggevo la sceneggiatura di questo film di Virzì provavo una commozione continua e allo stesso tempo ridevo a mezza bocca. Gliel'ho anche detto: «Paolo, ma sto film è straziante!» e lui mi ha risposto: «Lo so, ma ti giuro che sarà anche pieno di gioia». Per una volta nel suo cinema non si parla esplicitamente di impegno, di classi sociali, di contesti politici: questa è una storia che parla di una famiglia, di persone che si vogliono bene, tanto, troppo… ma il troppo non è mai troppo quando ci si vuole bene. Ovviamente quando lo abbiamo poi realizzato ci siamo concessi qualche lazzo, e Paolo sembrava incoraggiarci a non pigliare di petto il lato drammatico. Credo che sia davvero un film diverso da tutti quelli fatti prima e che possa anche fargli cambiare registro. Anzi più che registro direi direzione.

D: Che cosa rappresenta Livorno per Virzì, e cosa significa questo ritorno?
VM: Questa volta ho avuto la possibilità di restare a Livorno più o meno un mese e mezzo e l'ho conosciuta meglio. È una città con una forte identità, somiglia molto a Roma come intensità, e anche per la difficoltà a liberarsene definitivamente. Credo che la sua città Paolo non se la toglierà mai di dosso. Lavorarci dentro, raccontarla, compiere questo viaggio che ha fatto – che è un po' come dicevo la chiusura di un cerchio – credo che per lui sia stato molto più stressante che lavorare, che ne so, a Parigi, Torino, Palermo, Francoforte. Infatti l'ho visto davvero molto provato da questo film, sia dalla lavorazione che dalla storia in sé. È stato un Virzì sicuramente diverso rispetto a quello con cui avevo lavorato in "N" o in "Tutta la Vita Davanti": qui è come se avesse sentito una grandissima responsabilità, verso se stesso, rispetto a Livorno e a tutto quello che gli ha dato e gli ha tolto… se mai qualcosa gli abbia effettivamente tolto. Io l'ho trovata una città bella, rabbiosa; una città molto libera per certi aspetti e a cui non bisogna dare fastidio. Da romano mi sento di dire che Livorno è una città forte, di mare, di porto, dove nonostante il passaggio epocale che stiamo subendo a livello sociale, economico e culturale, c'è una grandissima voglia di non arrendersi a questo stato di cose. È una città che ora mi manca, perché ci abbiamo lavorato bene e perché si era in una stagione meravigliosa.

D: Un aspetto ricorrente nel cinema di Virzì è il contrasto tra la provincia protettiva e sicura, ma anche soffocante, e le tentazioni della metropoli come luogo di realizzazione di sé, ma anche di possibile corruzione. Lei lo nota anche in questa occasione?
VM: Sì, anche se Bruno, nella Milano dove è andato a lavorare, aveva trovato una dimensione un po' tormentata. Nei film di Paolo in genere c'è sempre qualcuno che se ne va… qui invece torna a casa. In questo penso ci sia una chiusura del cerchio. Anche a livello professionale sono molto curioso di vedere il prossimo film di Paolo, quale storia penserà e realizzerà, perché, secondo me le tipologie di personaggi, le storie che di solito racconta, da questo film in poi non ci saranno più. Perché è tornato a casa.

D: Come si è svolto il suo lavoro? Si è “mescolato” con i livornesi?
VM: Il toscano ha dei luoghi comuni come ogni dialetto, però cambia ogni 20 chilometri. Il livornese credo sia il toscano più difficile da riprodurre, perché ha molte irregolarità dialettali: le doppie, le esse zoppe, le esse sibilanti… a volte è molto simile alla lingua che parlo io, al gergo della Garbatella. È stato molto difficile parlare il livornese senza pensare di doverlo fare. Pian piano ci siamo riusciti in alcune scene, in alcune situazioni, anche perché lì erano diventati un po' tutti dei dialogue coach: Vladi Cecconi, il nostro caro amico attrezzista, è stato il nostro primo punto di riferimento, perché lui parla un livornese molto autentico e popolare, non macchiettistico. Cercavamo quella via di mezzo lì, facendo attenzione però, perché ci si mette un attimo a fare le macchiette, a usare il dialetto in chiave grottesca o sopra le righe, mentre noi dovevamo essere veri il più possibile. Bruno poi aveva anche un background culturale non trascurabile, a scuola era uno bravo in italiano, quindi era un tipo che poteva spingere poco sul luogo comune del livornese ruspante e verace. È stato un lavoro di sfumature, insomma.

D: Bruno è un personaggio malinconico secondo lei?
VM: Non credo. Penso sia una persona molto sensibile, che ha paura della sua sensibilità e ha cercato di proteggersi in una specie di irsutaggine. È uno che ha dovuto chiudere i rubinetti dell‟emotività, perché vicino a sé aveva “l‟emotività per eccellenza”: questa madre così pura, senza filtri, vera, disarmante. È uno che ha avuto il super-io che gli si è manifestato molto presto, e credo che questo possa averlo spinto a controllarsi troppo, e allo stesso tempo a perdere completamente il controllo di alcune cose. È stato un bambino introverso, sospettoso, vigile, e ora da adulto ha bisogno di stordirsi per perdere il controllo, per non soffrire. Vuole essere triste. A me le persone tristi, che sanno di esserlo, fanno molto ridere, perché hanno la possibilità di essere ironici anche senza volerlo. Bruno fondamentalmente è uno che ha capito subito dove lo avrebbe portato la sua sensibilità se non avesse usato dei piccoli accorgimenti che però, crescendo, gli si riveleranno fatali.

D: Quanto c’è di Valerio Mastandrea nel personaggio?
VM: In scena non porto mai direttamente qualcosa di me, o almeno ci provo. Parlando di Bruno ora mi vengono in mente delle analogie col mio modo di essere, però me ne sono accorto adesso, a 40 anni. Con Paolo (e con lo sceneggiatore Francesco Bruni) abbiamo parlato del ruolo per trovare tutte le possibilità che non ho mai usato in passato facendo questo lavoro, per trovare delle novità, e abbiamo tirato fuori delle piccole cose mie che come interprete non ero mai andato a verificare. La cosa fondamentale per un attore è fare sempre qualcosa di diverso, di nuovo. Magari può essere un personaggio simile ad altri, però se tu continui a vestirlo fino a completarlo poi alla fine lo mandi via, non lo fai più, non accetti più lavori di quel genere. E Bruno si prestava a un lavoro di questo tipo. Ci siamo divertiti da morire a pensarlo e a metterlo in scena. Questa è stata la prima volta che Paolo mi affidava un ruolo molto più “pesante” nella storia, sia come tempi che come responsabilità drammaturgiche, quindi mentre giravamo abbiamo potuto anche “sfumarlo”. Però, lo ribadisco, fare un film con Paolo è un grande gioco, raramente mi diverto come quando lavoro con lui, ma poi in un clima ludico arriva il momento drammatico, di difficoltà sull'inquadratura, di cose che non vengono. C'è un comune cambio di registro, io e lui in questo ci troviamo molto.

D: Qualcuno pensa che il suo personaggio corrisponda a Paolo Virzì: se è vero, come ci si sente nei suoi panni?
VM: No, non è vero. Anche perché sentirsi nei suoi panni sarebbe impossibile per me, con tutto l'affetto! Diciamo che non ho mai pensato a questo. Secondo me il giovane Virzì è un po' in tutti i suoi personaggi, non solo in Bruno. Sarebbe troppo facile dire che Bruno è lui, che rappresenta il suo percorso, ma tutto ciò che lui ha vissuto, ha respirato in quegli anni, c'è in tutti i suoi personaggi.

D: Che cosa ha scoperto di Virzì che non sapeva, tornando nei luoghi della sua infanzia?
VM: Niente di particolarmente sconvolgente, però vederlo giocare in casa è un'altra cosa. È vero che le partite giocate in casa sono le più complicate, perché quasi sempre l'avversario si arrocca e tu devi spingere di più fino in fondo. L'ho trovato molto più responsabilizzato. Chiaramente c'è questo rapporto ambivalente con Livorno per cui da un lato sente la responsabilità per questa città in cui è nato e cresciuto, e dall'altro la città gli butta addosso tutto quello che non va. È come il rapporto con la propria madre. Secondo me in questo film Virzì è stato ancora più esigente del solito, sicuramente c'entra molto Livorno e c'entra quello che stavamo raccontando. Ci diceva: «Mi avete visto un po' più stressato stavolta, perché quando torno a casa c'è sempre un monte di problemi, c'è una pressione diversa». Questo è stato un film in cui ogni scena era preparata quasi teatralmente: piani sequenza molto lunghi, scene con 7-8 attori dentro, ed era bellissimo vedere chi aveva l'ultima battuta, perché questa poteva rovinare tutto. E anche lì mi sono molto divertito ad andare da ciascuno degli altri attori e a dirgli: «Mi raccomando siamo nelle tue mani, dipende tutto da te!» solo per far salire la tensione… poi naturalmente quando toccava a me l'ultima battuta sbagliavo io!!

D: Come si è trovato con Stefania Sandrelli? Vi conoscevate già?
VM: Si, avevamo lavorato insieme nel film di Ferzan Ozpetek "Un giorno perfetto", ma ci eravamo solo insultati al telefono. Questa volta è stata… travolgente! È un'attrice che è come se ti mettesse una busta in testa e ti portasse dove vuole. Non soffocante, ma proprio travolgente! Un'attrice totale, e anche molto divertente, nonostante poi avessimo delle scene abbastanza forti.

D: E con Claudia Pandolfi?
VM: Io e Claudia non avevamo mai lavorato insieme, e il fatto che il nostro primo film sia stato questo è stato molto bello. Un rapporto quasi parentale il nostro, proprio da cugini la domenica a casa di zia, quando uno si annoia e nei tempi morti del film si fa i dispetti. È un fenomeno, è stata capace di cose che io forse neanche in tutta la mia carriera riuscirò a fare, passando da una situazione di normalità a una di commozione in una maniera così… metodica! Da fare schifo proprio! Non capisco come ci riesca… Allora provare a farla crollare da un punto di vista nervoso è stato uno scopo che mi ero prefissato dopo aver visto scene in cui riusciva a piangere consecutivamente per 10 ciak… e mi dicevo: “No, qui c'è qualcosa di strano, adesso le do fastidio! È stato molto divertente.
  LA TRAMA
  ARTICOLI
Anna Nigiotti nel Settantuno era una giovane e bellissima mamma proclamata Miss del più popolare stabilimento balneare di Livorno, ignara di suscitare le attenzioni maliziose della popolazione maschile, i sospetti rabbiosi del marito Mario e la vergogna del primogenito Bruno.
Oggi, ricoverata alle cure palliative, Anna sbalordisce i medici con la sua irresistibile e contagiosa vitalità e fa innamorare i degenti terminali.
Bruno invece, ha ormai tagliato i ponti con la sua città, la sua famiglia, il suo passato. Insegna senza entusiasmo in un Istituto Alberghiero e conduce un'sistenza cocciutamente anaffettiva. Ma la sorella Valeria lo convince a venire a salutare la madre per l'ultima volta, e Bruno torna malvolentieri a Livorno.
L'incontro, dopo tanti anni, con quella mamma esplosiva, ancora bella e vivacissima, che a dispetto delle prognosi mediche sembra non aver nessuna intenzione di morire, costringe Bruno a rievocare le vicissitudini familiari che aveva voluto a tutti i costi dimenticare. Il vagabondare di quelle notti e di quei giorni di tanti anni fa in cerca di una sistemazione, lui e la sorella Valeria, all'epoca dolce, ignara e piagnucolosa, cacciati di casa dal babbo accecato dalla gelosia, ma sempre rincuorati dall'incrollabile ottimismo di quella loro mamma allegra e incosciente.
A far da coro alle peripezie di questo terzetto di creature sciagurate e coraggiose, una provincia maliziosa in preda a nuove smanie, l'ignavia dei tanti uomini volubili che vorrebbero appropriarsi della grazia e del candore di Anna, ma che in fondo non ne hanno il coraggio e la forza. Ma soprattutto le manovre dell'astiosa zia Leda per impadronirsi del marito e dei figli di quella sorella sconcia e chiacchierata.
Dopo la scoperta in extremis di un fratello di cui si ignorava l'esistenza, matrimoni e separazioni a sorpresa, quei trascorsi avventurosi conducono ad un esito inatteso di riconciliazione: l'ultima lezione di vita, di fiducia nella dolcezza del vivere, di questa madre imbarazzante e speciale.

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