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TERRA 
02.02.2010
Più faccio film, più amo il teatro
Un monologo in scena nel circuito periferico romano dei “Teatri di cintura” per tre settimane. Sempre tutto esaurito. Un bel successo - al Quarticciolo prima e a Tor Bella Monaca poi (fino al 7 febbraio) - per Migliore, un testo comico, stralunato e cinico scritto da Mattia Torre (come autore, conosciuto soprattutto grazie alla serie Boris) e interpretato da Valerio Mastandrea. Nonostante un’attività principalmente cinematografica, Mastandrea ha mantenuto una costante passione per il palcoscenico, con cui del resto aveva cominciato. Precisamente «all’Argot, uno dei teatri “off” più importanti della città. Poi - ci racconta - ho sempre continuato, quando c’è stata la possibilità: più faccio film, più mi viene voglia di far teatro, perché il cinema ti esaurisce, in quanto devi combattere con le difficili dinamiche del mercato per l’uscita in sala.
Molto spesso il tuo lavoro rischia di abbattersi di fronte a questo meccanismo, almeno la metà dei film che ho fatto poi li abbiamo visti in pochi. Il teatro allora diventa la risorsa più importante». Anche perché, nonostante i tagli ai fondi, il settore vive una situazione dinamica. «Alla creatività - prosegue l’attore - deve però corrispondere pure la possibilità di far vedere le co se. Il fermento c’è, l’importante è trovare i canali nel momento in cui alcuni teatri importanti vengono demoliti da logiche legate alla questione finanziamenti ». Di contro, riguardo al pubblico, il teatro invece è seguito, come dimostrano anche i riscontri di questo spettacolo, e la cultura può svolgere nuovamente un ruolo importante, «se - questa la condizione per Mastandrea - non è spocchiosa e non si chiude in se stessa.
L’esperimento dei “Teatri di cintura” rappresenta proprio l’idea che la cultura non è di un’élite intellettuale, e riveste un’importanza fondamentale quando diventa anche popolare ». La prima messa in scena di Migliore risale al 2005, con elaborazioni successive, «un po’ per il tipo d’attore che sono io - che comunque devo sempre cercare qualcosa che mi metta il fuoco al sedere, che mi faccia star concentrato - e un po’ perché è un tipo di testo che si presta a continue sofisticazioni. Adesso è diventato uno spettacolo molto più completo, e se lo facessimo per altri anni sarebbe sempre sottoposto a questo tipo di revisione e ricerca continua». Averlo ripreso nel corso del tempo conferma l’attualità dell’argomento, che è quello di un uomo mansueto, disponibile - e perciò sottoposto ad angherie varie - che improvvisamente si trasforma in prepotente, suscitando negli altri fascinazione e rispetto.
«In questa società, forse nella cultura occidentale in generale, il requisito dell’essere una persona che, se può, deve fregare il prossimo, penso - sostiene l’attore che sia un tema che va avanti dall’anno zero. Credo che l’Italia sia proprio un modello, l’emblema di questo meccanismo». Uno spettacolo dal riso amaro che induce a riflettere: lo testimoniano i due appuntamenti con l’autore e l’attore tenuti al teatro Quarticciolo e alla libreria Rinascita. «Chi l’ha visto ci ragiona su, ogni volta che abbiamo fatto degli incontri con il pubblico per l’Italia c’è sempre stato un gran dibattito. Non dimentico - conclude Valerio Mastandrea - che sono un cittadino, la grossa fortuna del fare un mestiere di questo tipo è che non perdo mai di vista il luogo in cui vivo, la gente. è un continuo lavoro di studio, inevitabilmente anche su me stesso».
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