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MAX 
01.2010
6 domande a Valerio Mastandrea
Domanda: Valerio Mastandrea, in La prima cosa bella la prima cosa che sorprende è la tua parlata livornese...
Valerio Mastandrea: Già, Mastandrea che non parla romano: sembra impossibile, vero!? In realtà la cosa bella per noi attori italiani, e quando ci incontriamo ce lo diciamo sempre, è che l'italiano è l'unica lingua al mondo ad avere così tanti dialetti ed accenti che noi ci possiamo sbizzarrire veramente! Gli hollywoodiani hanno l'accento del nord e del sud, e basta. Io per questo film ho avuto modo di imparare il livornese, che non è neppure il toscano perché ha un sacco di irregolarità: è una vera e propria lingua, ha le doppie, le c che diventano k... Ringrazio per l'opportunità datami...
Avevamo dei dialog coach severissimi, e in più, oltre a Paolo Virzì, avevamo la gente intorno: ogni metro ce n'era uno che ci correggeva, o a cui io e Claudia Pandolfi chiedevamo "ma come dite voi?". E capitava sia con la gente per strada, perché abbiamo girato tutto in location reali, che con l'attrezzista Vladimiro, livornese vero e senza peli sulla lingua... Claudia si scriveva la pronuncia sul copione, io preferivo farmi prendere in giro o farmi dare del pisano, quando sbagliavo.
D: Paolo definisce il tuo Bruno un anafettivo comico. Tu non sei mai sopra le righe, non urli mai, non fai grandi gesti, vai per sottrazioni... Ti sei trovato uno stile? VM: Sono riuscito a farlo anche di fronte a Daniel Day Lewis, con cui scambio qualche battuta in Nine. In realtà lavorare per sottrazione, e te lo dico perché lo faccio, potrebbe essere anche un alibi. Come dice Claudia, che nel film è mia sorella ma mi conosce anche bene, io sono un pigro. Però quando parlo di alibi, non è che io mi dica "lascio perdere di lavorare sull'emozione, e passo la palla allo spettatore": è che a me piace così, mi riesce così. Per esempio cerco sempre di non far somigliare i miei personaggi: Bruno torna a casa, come faceva lo Stefano di Non pensarci, ma la mia tecnica è stata quella di mettere in Bruno tutto quello che non avevo messo in Stefano. Tra l'altro in entrambi i film c'è la famiglia, ed entrambi parlano di amore. Virzì dice che nel film c'è parte della sua vita, ma non è la storia.
D: Lui non è Bruno, però... VM: Dice anche che non è Bruno, ma che ha cercato un attore che gli permettesse di farlo somigliare a lui, che potesse imbruttire, fargli perdere i capelli: e ha trovato me. Con lui crei subito un rapporto di confidenza totale. E a proposito di capelli, mi viene in mente la sua risposta, quando gli chiedevano della storia che usciamo in contemporanea ad Avatar: “pensavamo scherzando di fare qualche copia in 3D anche noi, perché i capelli di Valerio sembrassero più voluminosi". Io con Paolo lavoro sempre bene, e mi piace lavorare nei grandi circhi che riesce a organizzare: siamo entrambi impulsivi, ci incontriamo e scontriamo le nostre impulsività, ma ne usciamo abbastanza felici.
D: Tua madre nel film è Stefania Sandrelli. E tra l'altro tu hai una battuta bellissima e terribile, quando parli per la prima volta al fratello che non sapevi di avere: «vieni che ti presento nostra madre, la donna che mi ha rovinato la vita»... VM: Questo film è una grande storia d'amore di una madre verso i due figli. Ognuno ha la sua storia personale: io non ho mai detto una cosa del genere, ma in compenso avrò detto "ti voglio bene" a mia madre, al massimo due volte in 38 anni di vita. Paolo comunque lo dice, che Anna non è sua madre. Stefania è straordinaria: Paolo mi cita spesso, perché gli è particolarmente piaciuta la mia definizione "recitare con lei è come farsi mettere una busta in testa e farsi portare da lei“. È straordinaria: tantissime battute le inventava al momento, ma del resto questo è un film che veramente è nato sul set. Finale compreso.
In che senso? VM: Nel senso che in realtà Paolo e i suoi co-sceneggiatori ne avevano ipotizzati diversi. Poi, sul copione che ci hanno dato, ce n'era uno che però non è quello che vedete, perché questo è stato scritto mentre giravamo. Questo alla fine, come dice Paolo, gli è venuto in mente pensando a cosa gli dicono sempre, appena mette piede a Livorno: “hai fatto il bagno? Sei stato al mare?".
L'altro finale, che abbiamo anche un po' girato, era questo: Bruno per tutto il tempo aveva corteggiato il meraviglioso farmaco oppiadeo, come dice lui, che la madre gli aveva descritto come magico perché "fa passare tutto e fa volare via". E una volta rimasto solo in casa con la flebo dimenticata dai medici, lui decide di iniettarsela e di godersi questa meravigliosa "pera", che lo lascia finalmente andare al suo primo sorriso. Per Paolo doveva essere un gesto di pieno godimento, però poi sul set iniziò a serpeggiare il dubbio che il pubblico potesse leggerlo come un gesto autolesionista, quasi un tentativo di suicidio... E così Bruno e io ci tuffiamo, in un mare comunque parecchio agitato...
D: Ma alla fine hai scoperto qualcosa di Paolo che ancora non conoscevi? VM: Non ho scoperto niente di nuovo di Virzì: anzi, forse ne ho accettato alcune cose... Vederlo girare a Livorno è divertente e veramente diverso: la gente lo ferma, lo interroga. Ci conosciamo da tantissimi anni, ma abbiamo iniziato a lavorare insieme solo di recente, non so se per disperazione: una cosa tipo "ci conosciamo da così tanto, che dai, vieni che ti do una parte nel mio film". Adesso che l'abbiamo girato, lo ringrazio perché La prima cosa bella è stato fondamentale, per me: mi fa chiudere un cerchio.
Se penso alla mia carriera, devo dire che per dieci anni ho sempre fatto lo stesso personaggio, perché una volta cominciato io stesso ho fatto fatica a togliermelo di dosso. Bruno lo vedo come il personaggio conclusivo di un altro percorso, cominciato 5 o 6 anni fa con Lavorare con lentezza. Ma non mi chiedere né dove li metto, questi personaggi, quando li svesto, né quale vestirò adesso... Non lo so.
ARTICOLI 2010
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