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ARTICOLI 2010 |
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Ridono e piangono tutti, il pubblico, gli attori. Virzì con la Sandrelli nell' ultima commovente scena si presero una sbronza con la grappa. La prima cosa bella è il film con cui Paolo Virzì torna nella sua Itaca: Livorno, la città da cui cercò invano di scappare «senza riuscirci. Non lo so se è autobiografico, come sempre si pesca nel vissuto. Ce ne siamo resi conto strada facendo. È stato come andare a cercare la patria perduta, mi sentivo in esilio, senza fiducia e senza patria. Avevo bisogno di un luogo caro per ripartire». Virzì lo definisce spiritosamente «il mio kolossal livornese». Esce per Medusa venerdì, stesso giorno di Avatar. Ma il numero di copie è la metà: 400 contro 800. Virzì non cade nella trappola del film anti-Avatar, sentimenti italiani contro fantascienza Usa: «Andrò a vederlo e probabilmente mi piacerà molto. Il mio è un film sullo struggimento di una famiglia, con quelle cose che noi sappiamo fare meglio, l' umanità, sul 3D siamo meno dotati». Non è l' Amarcord livornese: «Non ci tenevo a fare un film nostalgico, qui anzi c' è un rapporto conflittuale, un passato raccontato in modo non elegiaco». Ha compiuto un atto d' amore regalando un ruolo monumentale a sua moglie, Micaela Ramazzotti, madre che scivola nella vita come il film scivola tra gli anni ' 70 e i nostri giorni, quando «diventerà» Stefania Sandrelli; madre allegra, spiritosa, mezza sciroccata, «innocente, ignara, raggirabile ma con una forza eversiva dentro. Un omaggio alla follia amorosa di certe donne». Il romanissimo Valerio Mastandrea parla in un livornese che gli garba come un vestito su misura, sull' incipit della Cavalleria Rusticana uscirà fuori il suo amore per la madre: «Dire mamma ti voglio bene è difficile da riconoscere e accettare, io l' ho detto due volte in 38 anni, ora lo dirò di più». Micaela: «Ho cercato di rubacchiare e di assorbire i modi di Stefania Sandrelli nei suoi capolavori degli anni ' 60». |