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12.09.2009

Oggi non si pensa più che i film italiani possano fare cultura

«Ho una gran voglia di interpretare un personaggio allegro, proiettato verso l’esterno – purché sia scritto bene». Valerio Mastandrea, specializzato in ruoli di dannato o almeno di sfigato introverso, ha voglia di sorridere e di far sorridere. Ma in Good Morning Aman, il film che ha interpretato e coprodotto («mettendoci i soldi e il contributo creativo, non quello tecnico perché, come con la matematica a scuola, non ne capisco nulla») e che è stato presentato con successo alla Mostra del cinema di Venezia, Valerio è ancora «all’inferno: il mio personaggio, un ex pugile spento fin dalla prima scena, è tormentato da un dolore atroce ». Il suo incontro con Aman, un ragazzo somalo ma cresciuto in Italia, si trasforma in una battaglia a chi sfrutta meglio l’altro.
«Una visione antiretorica della relazione che si instaura fra italiani ed immigrati, in una società che non trova spazio per nessuno perché non sa accettarsi come è, o come sta rapidamente diventando.
La storia che raccontiamo è una brutta macchia di petrolio in un mare che tutti vorrebbero incontaminato, senza accorgersi di quanta sporcizia è già venuta a galla ».
Quest’anno Mastandrea è apparso in Giulia non esce la sera di Giuseppe Piccioni e apparirà ne La prima cosa bella di Paolo Virzì, che l’aveva già diretto nel ruolo del sindacalista (ovviamente sfigato) di Tutta la vita davanti. Della crisi del cinema italiano dice: «Sono per natura un cane sciolto, ma mi unirei volentieri ad una battaglia lenta e inesorabile per reinventare la gestione del denaro pubblico a sostegno del cinema.
L’importante è che il movimento sia univoco e trasversale, come l’Onda universitaria, e magari riesca a fermare per qualche mese la televisione: sarebbe l’unica iniziativa che la gente percepirebbe come importante».

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