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07.06.2009

Famiglia e operai ribelli, la crisi diventa commedia

Una famiglia fol­lemente normale. O normal­mente folle. I Nardini, protago­nisti prima del film e ora della serie tv «Non pensarci» (in on­da ogni lunedì alle 23 su Fox, canale 110 di Sky), in realtà si possono incontrare ovunque: magari sono gli amici o i vicini di casa. Oppure siamo noi.
Una mamma vicina alla crisi depressiva, un papà che dopo l’infarto vive in una sorta di suo mondo parallelo e tre figli, or­mai grandi: il primogenito (in­terpretato da Giovanni Batti­ston) che ha ereditato la guida dell’azienda di famiglia a Rimi­ni, un tempo gloriosa e ora prossima al fallimento, il secon­do (Valerio Mastandrea) che ha tentato la sorte come cantante ma con scarsi risultati e la terza (Anita Caprioli), biologa mari­na, frustrata dai suoi mille im­pegni.
Racconta Gianni Zanasi, regi­sta del film e, assieme a Lucio Pellegrini, della serie tv che ha mantenuto il cast "originale" (più Luciana Littizzetto): "È una famiglia per bene, ma sen­za cliché. Come quelle che co­nosco. Non è così facile parlare della normalità anche perché è un’idea posticcia". Per riuscire a farlo, secondo il regista, biso­gna liberarsi dei pregiudizi e delle ideologie: "Serve allonta­narsi dall’ipocrisia dell’ideolo­gia borghese. Ci sono dei film che partono con questo mar­chio ma nel tentativo di essere trasgressivi diventano confor­misti. La normalità è la vera tra­sgressione. La famiglia è una riunione di pazzi, è interessan­te vedere come interagiscono queste persone che hanno pro­blemi di identità. Ma bisogna raccontarlo in tono non retori­co, senza a priori ideologici".
Ed è così che anche i tratti più surreali che scandiscono la vicenda diventano credibili, in un continuo ribaltamento di ruoli e prospettive che però, se­condo Zanasi, "fa parte della vi­ta". Succede dunque che il "rocker d’insuccesso", per an­ni lontano dalla famiglia tentan­do la via della gloria, si scopre quasi "un ragioniere mancato" quando, una volta tornato a ca­sa, prova ad aiutare il fratello maggiore che si è fatto carico dell’azienda. E quest’ultimo, im­prenditore in crisi, sembra esse­re la vera vittima. Nonostante non riesca a pagare, ormai da due mesi, gli operai che pic­chettano la fabbrica. E nono­stante agli insulti e alle prote­ste dei lavoratori reagisca barri­candosi nello stabilimento. "Ho lavorato a istinto, non ho preso in considerazione nulla di sociologico. Ho cercato di ca­larmi nel contesto descrivendo in modo credibile le dinamiche di lavoro di una fabbrichetta in crisi. In questo modo il sindaca­lista è un personaggio, non rap­presenta tutti i sindacalisti. E chi è più nei guai è l’imprendi­tore, creando uno scarto rispet­to a quello che ti aspetti. In fon­do è come se il vero operaio fos­se lui".
Chi forse è più vicino ad un certo standard è il direttore di banca che "minaccia" Batti­ston: "È una sorta di pescecane che cerca di mangiare l’azien­da. Sarebbe stato difficile soste­nere che le banche sono ami­che. Comunque sia il persegui­tato è questo piccolo imprendi­tore". Sovvertire le aspettative o anche "essere liberi nell’im­maginazione. Non bisogna par­tire dai giudizi: raccontare e giudicare sono due cose incon­ciliabili. Intrigante è mescolare la realtà con la finzione". In una scena, Mastandrea prende per errore una pasticca di Lsd e quando vede in strada un mili­tare armato pensa di esserne ancora sotto l’effetto: "Ma i sol­dati in strada ci sono davvero: è lui che è fuori o il Paese?". Que­sto sembra andare contro la vi­sione "di destra" che qualcuno potrebbe invece ipotizzare per la scelta di privilegiare il punto di vista di una famiglia borghe­se... "Ma i bei film non sono nè di destra e nè di sinistra. Que­sto non ha nessun valore. L'importante è raccontare. Diventa interessante la vita di un im­prenditore in difficoltà perché si dà per scontato che queste persone abbiano comunque sempre una loro stabilità. In re­altà è tutto molto fragile perché la vita, alla fine, scuote tutto".

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