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17.04.2009

E' un bel film? Facciamone una fiction

I Nardini sono una classica famiglia italiana: persone perbene come tante, ma disgraziate a modo proprio. Così fuori di testa da essere perfette per diventare un soggetto tragicomico.
Presto li conoscerete in tv, con i volti di Valerio Mastandrea, Anita Caprioli e Giuseppe Battiston. Sono i tre fratelli trentenni protagonisti di "Non pensarci", una nuova serie scritta e diretta da Gianni Zanasi e Lucio Pellegrini che sta per essere sganciata su Fox a maggio, e su La7 a gennaio del prossimo anno, come anti-Cesaroni. Dunque, una fiction che si inserisce nel super genere cosìdetto familiare che in tv tira parecchio, come dimostrano, appunto, "I Cesaroni" e "Tutti pazzi per amore", ma costruita però in chiave antigeneralista, per quel pubblico abituato alle complessità tipiche dei personaggi della serialità americana che, nell'intercettare e raccontare la società di oggi, si dimostra spesso figlia del miglior cinema. Non a caso i Nardini proprio dal cinema arrivano: sempre loro erano i protagonisti della commedia con lo stesso titolo della fiction di Gianni Zanasi, presentata con successo al festival di Venezia due anni fa e prodotta da Pellegrini.
Dopo "Romanzo Criminale" di Michele Placido e "Quo vadis baby?" di Gabriele Salvatores, siamo al terzo caso di una serie tratta da un film. Ma a differenza del cult della banda della Magliana, "Non pensarci", prodotto da Wilder, Fox, Pupkin e La7 ha lo stesso cast del film (compresi Caterina Murino, Paolo Briguglia e Paolo Sassanelli) e una manciata di guest star tra cui Luciana Littizzetto e Morgan.
La storia che si svolge a Rimini ruota attorno all'imminente crac economico di famiglia che il padre (Teco Celio), ritirandosi, ha affidato ad Alberto, uno dei fratelli, interpretato da Giuseppe Battiston. "Un uomo" racconta Battiston troppo ingenuo, troppo buono per riuscire a prendere in mano la situazione". Lo aiuterà Stefano, il fratello "artista" (Valerio Mastandrea) sul quale nessuno avrebbe mai scommesso. Come può infatti un ex cantante punk, un'ex stella del rock indipendente mettersi dalla parte del padrone, mettersi l'abito grigio e affrontare gli operai in sciopero per rivendicare lo stipendio che da mesi non percepiscono? E' una delle scene che abbiamo potuto seguire visitando il set in anteprima.
"Stefano" spiega Mastandrea "è un ragazzo che ha vissuto fino a quel momento come un outsider, facendo l'anticonformismo il suo stile di vita. Ma quando torna a Rimini e, di colpo, scopre il disastro che ha combinato il fratello, diventa quel genere di persona che ha sempre combattuto: un borghese allineato, in giacca e cravatta".
Per Mastandrea si tratta della prima volta in una fiction "Per originalità, scrittura e amore nei confronti di questo personaggio non lo considero nemmeno una serie, ma un film "espanso" in dodici episodi, in cui, più che i colpi di scena, contano le relazioni tra i protagonisti, tre fratelli che, in modi diversi, cercano di sfuggire alle responsabilità della vita adulta".
Come Michela - Anita Caprioli - che invece di intraprendere la carriera universitaria si accontenta di addestrare i delfini in un parco acquatico "investendo" racconta l'attrice "tutto il suo tempo libero nel sociale per sfuggire al suo horror vacui".
"I nostri personaggi" aggiunge Battiston "sono incoerenti, doppi, sfuggenti, perennemente in emergenza".
Per semplificare, fanno parte di una famiglia borderline? "Si, ma non nel senso clinico del termine, ovvio" dice Zanasi "E poi la famiglia è un topos classico per raccontare la follia delle persone, che è interessante quando togli i filtri ed hai piena libertà di espressione".
In cosa questi fratelli Nardini sono diversi dai personaggi tipici di una fiction di Rai Uno o di Canale 5? I registi assicurano che basta vedere la scena iniziale, l'infarto del padre, per capire la differenza sostanziale "Quando Stefano viene a sapere che il padre è in fin di vita, ha appena ingerito un bicchierino con ben cinque dosi di acido! Tutta la puntata viene filmata dal suo punto di vista, quello di un ragazzo strafatto che vede i militari fuori dall'ospedale e pensa di aver avuto un'allucinazione".
Fosse stata una fiction per Rai Uno, sarebbe partita, dichiara Pellegrini, "un'opera di normalizzazione, forse una censura, rispetto al modo di affrontare alcuni temi come può essere quello della droga". Che non è vissuto come un dramma, ma come un vizio all'interno di un contesto che, al di là delle psicosi individuali, riflette ben altre problematiche. Come la congiuntura economica, raccontata dal punto di vista della provincia, un tempo simbolo del benessere e, oggi, in profondo rosso economico.

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