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25.02.2009

Un amore il libertà vigilata

"Mi sento una specie protetta. Finora sono stato fortunato, ma se un film va male puoi giocarti in una volta sola quella fortuna. E del resto dal mio ultimo lavoro, "La vita che vorrei", sono passati cinque anni". Giuseppe Piccioni difende la sua posizione di autore puro, che sogna però il cinema di genere e qui ha inserito una piccola evasione in forma di musical alla Jacques Demy. L'ideatore della Libreria del Cinema, il luogo che ha tenuto a battesimo il movimento dei Centoautori, chiede ai giornalisti di dare una mano. "Esiste un cinema italiano interessante, ma farlo crescere dipende da tutti. Una nuova legge è importante ma non basta, bisogna cambiare i discorsi, i pensieri": è l'appello che lancia per l'uscita nelle sale di "Giulia non esce la sera", prodotto da Lionello Cerri con Rai Cinema, distribuito da 01 dal 27 febbraio. Stavolta il regista, che da sempre affonda la lama nel non detto dei rapporti sentimentali, ha scritto, con Federica Pontremoli, una storia di passioni e di ambiguità con al centro due personaggi che lui considera speculari. Guido è uno scrittore un po' noioso, candidato a un premio letterario importante, ha una moglie (Sonia Bergamasco) che non ama affatto, è padre di una ragazzina preadolescente che la sa più lunga di lui. È un uomo senza qualità e senza particolari vizi ("non bevo, non fumo, ho avuto un'infanzia normale, ho paura delle malattie", dice di sé). Giulia è una donna brusca e tormentata che anni prima ha commesso un crimine passionale. Da allora sua figlia non la vuole più vedere, l'ha cancellata. Giulia non esce la sera perché vive in carcere, ma tutti i giorni insegna nuoto in una piscina. Ed è lì che Guido la incontra. "La piscina - spiega Piccioni - è un luogo particolare, perché lì non si parla, la sospensione dal mondo circostante è totale, anche quando è affollata si è totalmente soli, e poi c'è la ripetizione dei gesti, il respiro, l'illusione di leggerezza". Prosegue: "Giulia è l'ombra di Guido, anche lui è in libertà vigilata, però almeno lei ha dissipato la sua vita, mentre lui non sceglie mai. È un personaggio anomalo: ha ambizioni ma sembra volerle sfuggire, si innamora di Giulia ma non riesce a fermarla, come nella canzone di Richard Anthony che ascolta due volte. Cerca una malìa, un incantamento, cerca di essere trascinato da qualcosa, ma non esce mai dalla sua solitudine".
Valerio Mastandrea non nasconde il suo disaccordo col personaggio. "Non è la prima volta che mi capita di impersonare qualcuno che non mi piace, è accaduto anche in "Un giorno perfetto" di Ferzan Ozpetek. Abbiamo discusso molto su questo. È vero che Guido e Giulia sono entrambi soli, ma sono due solitudini ben diverse: lei ha fatto le sue esperienze tremende, lui ha tutto per non essere solo e la sua sofferenza è un vezzo. Io credo che Guido in qualche modo sia una persona arida, incapace di farsi sconvolgere la vita o di prendersi una responsabilità, se non quella, molto grave, di scrivere una lettera alla figlia di Giulia. Sono stufo di queste persone, di cui ho esempi vicini e lontani, come sono stufo di un certo tipo di elettorato. Bisogna tornare ad assumersi le proprie responsabilità, sennò le cose non cambiano". Sembra quasi di parlare di un film politico, anche se tutto il versante realistico del racconto - il rapporto di Guido con la società dei letterati, con la sua editrice e agente (Piera Degli Esposti) e con gli altri candidati al premio - non vuole essere una descrizione fedele. "Non mi interessava una ricostruzione sociologica corretta, anzi ho cercato di mantenere la mia estraneità a quell'ambiente - spiega ancora il regista - ma certamente parlo di un intellettuale che non si espone, come ce ne sono tanti. Viviamo in un paese pieno di opinionisti che non cambiano il mondo e di manager che fanno fallire le aziende. Un po' come Revolutionary Road, il mio film racconta il desiderio e l'impossibilità di pensare una vita più autentica". Valeria Golino, che ha accettato il film prima ancora di leggere la sceneggiatura, rievoca da parte sua un paio di incontri con le detenute del carcere femminile di Velletri. "Mi sono serviti molto, anche se il film non parla della prigione, lì però ho capito che aria doveva avere Giulia, da dove veniva". E' suo il momento degli addii, con la bella canzone dei Baustelle sui titoli di coda a cui l'attrice presta l'inconfondibile voce roca.

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