Ozpetek, Ferrari e Mastandrea in conferenza stampa
Quanto c’è di Ferzan Ozpetek in questo film?
Ozpetek: Prima di tutto ho cercato di cambiare gli ambienti, ho inserito luoghi a me cari. Visivamente parlando, ,mi piaceva raccontare posti di Roma che si stanno trasformando, per realizzare anche una sorta di testimonianza. i mercati generali, ad esempio, quella sequenza fissa l’immagine di un luogo che presto cambierà totalmente. Poi il gazometro, i vari centri sociali, ho cercato insomma di raccontare la mia visione.
In generale non mi sono molto chiesto o accorto che cosa stessi facevo, mi sono lasciato andare. Anche le varie stesure della sceneggiatura hanno cambiato molte cose. Ad esempio, arrivare a scegliere come protagonista Valerio è stato un processo lungo. L’ho detto anche altre volte, inizialmente avevo in mente attori completamente diversi. Ma nel complesso è stata una bellissima sensazione. Altra farina del mio sacco è il personaggio di Angela Finocchiaro, una sorta di angelo. Volevo che lo spettatore uscisse sapendo che lei si salverà. Il resto non lo sveliamo. L'idea di abbandonare per un attimo l'autorialità mi attirava molto. La prima volta ero tranquillissimo, sapevo che lo script non mi sarebbe piaciuto. L'ho letto e invece mi ha colpito molto. Ho chiamato Domenico (Procacci, ndr) e ho detto “Accetto di dirigerlo”. Subito dopo ho letto il romanzo e ho avuto paura, volevo cambiare idea. Ma ero molto attratto da questo cambiamento.
Il rapporto con la violenza. Ozpetek: Il romanzo è più violento, io ho ammorbidito. In fondo quando lo riporti sullo schermo il tutto diviene molto forte, quasi insopportabile da guardare. La violenza fa parte dei personaggi, dell'uomo. Abbiamo scritto cinque diverse stesure, a partire da quella originale di Petraglia. La scena del canneto è stata sempre in crescita. Doveva essere girata tutta in macchina, poi l’idea è cambiata, durante i sopralluoghi. Detesto le macchine, girarci scene dentro è difficilissimo. Vedendo il canneto mi sono venuti on mente esempi come “Rocco e i suoi fratelli”, esempi di paesaggio che poteva diventare protagonista. Non mi sono accorto di certa violenza. Nella scena dello studio ho detto a Valerio di sputare in bocca a Isabella. Poi ci ho pensato che lei non avrebbe mi acconsentito. Invece Isabella mi ha guardato e ha detto: "geniale". Mastrandrea: C'è una violenza cerebrale che fa da sfondo a tutto il film, ed è la più difficile da riconoscere. Nel creare il personaggio di Antonio non mi sono mai immedesimato, ho fatto un lavoro inverso, sull'incoscienza piuttosto che sulla coscienza, non volevo entrarci troppo, avevo paura di stare male, sarei impazzito. C’è da dire che sono stato guidato benissimo da tutti. C’è stato un grande rispetto per le scene di violenza, in particolare per quella del canneto. Quando potevo cercavo di far ridere Isabella, un modo per metterci a nostro agio. Insomma, fare un film è una cosa seria, ma non così seria.
Com’è stato il passaggio dal suo solito cinema a questa sorta di tragedia molto drammatica?
Ozpetek: Dalla pagina letteraria alla sceneggiatura. Mazzucco: Io non avrei voluto leggere una sceneggiatura del romanzo, perché secondo me un romanzo è già una sceneggiatura. È qualcosa che io mostro e che il lettore vede. Non volevo che diventasse un film di Ferzan. Però ho notato il cambiamento e mi è piaciuto molto. È interessante che il film l'abbia fatto un uomo. Nel film ci sono molte più donne che nel romanzo (anche uno dei personaggi gay è stato convertito in una donna, ndr). C'è stato un approfondimento sulle donne, in un film girato da un uomo. Non molto comune.
Questo genere di film ha uno sbocco all'estero? Procacci: Non lo so, oggi i distributori cominciano a vedere più film. È molto difficile prevedere la distribuzione. Prima di Gomorra, il più distribuito all'estero tra i miei film è stato Respiro, una cosa insospettabile. Ma si cominciano all'estero a conoscere autori attuali: la nostra è una tradizione grande ma anche pesante. Fellini, De Sica e via dicendo. Anche per chi lavora nel cinema non è facile confrontarsi continuamente con questi nomi.
Un commento dagli attori.
Stefania Sandrelli: Io faccio cinema soprattutto per passione. Quando Ferzan mi ha offerto il ruolo ho pensato potesse essere importante. Il mio personaggio è un simbolo, come se la madre di Emma potesse evidenziare il futuro di Emma, così come Emma rappresenta il modo in cui la madre è stata giovane. Io mi sono un po’ innamorata di Ozpetek. Ho girato solo una settimana e quando per me il film è finito mi è mancato moltissimo. Cosa significherà? Forse (parlando a Ozpetek, ndr) che mi devi riprendere, almeno una volta.
Isabella Ferrari: C'è sempre pudore, nelle scene di sesso, soprattutto se sesso violento. Ma avevo davanti un attore straordinario, mi bastava guardarlo negli occhi per annullare le paure.
È stato un po' un presentimento. Ho letto il libro e ho pensato “Che bello se fosse il film”. Quando ho saputo che Ferzan aveva aperto il cast, per la prima volta mi sono candidata con un sms dicendo qualcosa tipo: “Emma è un ibrido, incolta ma colta, pingue ma dal fisico elastico, madre ma sognatrice. Farai un grande film e io mi candido per fare Emma”. Non mi ha risposto. Poi mi ha chiamata tempo dopo, dicendo di non fare troppe domande, di mettere da parte molta della corazza da intellettuale. Io sono arrivata sul set con molte immagini. Nella scena di via Giulia la mia Emma e la sua si sono incontrate. Ferzan mi ha suggerito un modo di stare, atteggiamenti etc. Io non ho esitato a buttarmi a capofitto, avrebbe poi lui preso le misure di questa generosità. Nicole Grimaudo: È stato emozionante correre il rischio di interpretare un personaggio distante da me. Mi sono innamorata di questa donna così poco coraggiosa che decide di rimanere intrappolata in questa “giornata”. Ho amato il finale, tentativo timido di voler cambiare improvvisamente tutto e poi la mancanza di coraggio. Il clima è stato meraviglioso, familiare, ricco di energia buona. Molte cose erano improvvisate e questo mi piaceva. Monica Guerritore: Abbiamo tolto tutte le battute, costruendo insieme il personaggio. È una donna sola, senza nome, diventa uno specchio di Emma. Io ho immaginato uno spettatore o un regista che accompagna con affetto la giornata di questa donna. Valerio Mastrandrea: Ho fatto questo film perché hanno rifiutato tutti gli altri (ride). Non se l'è sentita nessuno. No, scherzi a parte. Se avessi avuto figli non so se avrei accettato. È stato molto complesso entrare in ruolo così lontano da me come persona e da me come attore rispetto agli ultimi film che ho girato. Ferzan cercava di non giudicare il mio personaggio, io invece dicevo: lo devo condannare sennò non lo faccio, perché toccava etica e principi su cui proprio non ero d'accordo. A fine film ho capito che il giudizio che volevamo dare o non dare era che comunque stiamo parlando della razza umana, la cosa realmente più terribile che si possa raccontare.