Precari nel Call Center, l'odissea tragicomica di Virzì
La frase "hai tutta la vita davanti" suona ironica e beffarda nel film di Paolo Virzì, che racconta il dramma del precariato con il linguaggio della commedia.
Marta (Isabella Ragonese), la 25enne protagonista di "Tutta la vita davanti", nelle sale dal 28 marzo, ha una laurea cum laude in filosofia. All'improvviso si trova catapultata in un call center per guadagnare qualche soldo, mentre cerca di proseguire le sue ricerche su Hannah Arendt e, magari, di trovare un lavoro che la soddisfi. Davanti al suo sguardo incuriosito e divertito c'è un mondo folle e tragico: il call center della Multiple, un'azienda che commercializza un improbabile elettrodomestico, è gremito di coetanee che si nutrono di Grande Fratello, vestono come le veline e cantano sotto la direzione dell'entusiasta capotelefonista Sabrina Ferilli.
Ad ogni livello, dal supercapo Claudio (Massimo Ghini), ai venditori, alla telefoniste, le parole d'ordine sono: ottimismo, produttività, entusiasmo, successo. Ed è difficile per il sindacalista Valerio Mastandrea riuscire a parlare di diritti, di tutela sindacale e sfondare quel muro di finto entusiasmo dietro il quale, in realtà, si nascondono grandi tragedie individuali.
"La grande stagione operaia è finita - spiega il regista toscano -. Oggi l'Italia è il Paese del terziario avanzato, del lavoro flessibile, dei co.co.pro. Certo non tutte le aziende sono come la Multiplex, ma la legge 30 viene spesso abusata. Ci sono nuove forme di sfruttamento, di ingiustizia, e c'è spesso il disagio della solitudine, dell'isolamento. Io volevo fare un viaggio nell'inferno nella sotto-occupazione e raccontare lo spirito dei tempi, rileggendone però il linguaggio e l'estetica in maniera divertente, con spirito beffardo".
"Tutta la vita davanti" è infatti soprattutto una commedia, con accenti anche surreali, esilaranti, eccessivi. Una commedia corale con ottimi interpreti, la cui protagonista osserva ma non giudica. Il regista ci tiene a sottolineare che il suo film non è un manifesto pre-elettorale: "Spero che accenda la voglia di riflettere sulla nostra società, ma io non voglio fare nessun 'endorsement'. Racconto le storie di chi attraversa l'odissea del precariato o è costretto ad andare all'estero per trovare lavoro, ma lo faccio con lo spirito del commediante e credo che nel film, come in ogni storia individuale, ci sia spazio per la speranza, soprattutto se nasce dalla solidarietà tra le persone".