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   LA SICILIA   

03.09.2007

L'Insostenibile leggerezza della normalità familiare

L'insostenibile leggerezza della normalità familiare. Detta in altri termini: che cosa unisce un rocker un po' frustrato, accarezzato dalla fortuna ma impantanato nella genesi del suo primo disco, un frenetico e indebitato sino all'osso produttore di ciliegie sotto spirito e una giovane che ama solo i delfini? Tutto e niente. Cioè la famiglia. In salsa provinciale e per immagini di un narratore della provincia discreto, malinconico ma energico come è Gianni Zanasi che alla Mostra, nelle Giornate degli Autori, porta la tragicommedia "Non pensarci" e viene accolto a suon di applausi, alla mattina, mentre alla sera il cast è sul palco in versione band, Zanasi al basso, Mastandrea alla batteria, Abbrescia alla chitarra.
Al cinema, Zanasi, non si vedeva dai tempi in cui portò in concorso qui a Venezia "A domani" (ed era il '99), anche se da allora il regista ha codiretto con Lucio Pellegrini un bel documentario, "La vita è breve ma la giornata lunghissima", presentato nella sezione digitale sempre alla Mostra nel 2004 e premiato con una Menzione Speciale. E oggi finalmente ( ma, dice lui, "è sempre un miracolo perché in Italia c'è un'enorme difficoltà nel trovare produttori di opere di giovani e, non a caso, anche questo film è autoprodotto almeno in parte con la società creata con Rita Rognoni e Lucio Pellegrini e per il resto con la collaborazione di Beppe Caschetto e de La7") ricompare con la storia di una famiglia sconquassata ma dall'apparenza composta, un po' ipocrita e un po' disperata, disorientata sempre anche quando benintenzionata. Insomma un gruppo di famiglia tutto in esterni e tratteggiato come metafora di un oggi in cui tutto tende a precipitare ma molto si aggiusta, all'italiana, strada facendo. Perciò toccante e attuale, divertente e drammatico. Appunto, l'oggi.
Perché che a che altro rimanda la sorella (Anita Caprioli) creduta lesbica e, invece, innamorata del ragazzo bene che si butta in politica perché "io non conto nulla ma la mia faccia è fotogenica" e che mentre finge di scontare una trasgressività che non le appartiene stringe la sua vita tutta sui delfini? E a che cosa il figlio di papà (Giuseppe Battiston) che gestisce la fabbrica di famiglia e, zitto zitto, tronfio se occorre, la porta allo sgretolamento ipotecando tutto l'ipotecabile? O il protagonista (un Valerio Mastandrea cui il ruolo è stato letteralmente cucito addosso come lui ammette aggiungendo che lo affascinava "questo personaggio che a 36 anni si sente al tramonto") musicista che non ha fatto in tempo ad assaporare la sua fetta di successo prima di vederla disciogliersi e che va a leccarsi le ferite nella casa paterna di Rimini che ha abbandonato sbattendo la porta molto tempo prima? E a chi appartiene l'aggiustamento finale di tanto sgrovigliare, con salvezza della fabbrica di famiglia, apparente reincastro di tasselli e ripartita del nostro eroe che torna sul palco e, stavolta, si butta davvero fiducioso che il pubblico lo afferri?
Insomma l'Italia, l'Italietta e gli italiani di oggi, con l'idea fissa ( e giusta) che, come dice il regista, "la provincia e la commedia aiutano a costruire un'idea del paese di oggi, con le nevrosi che aumentano e le assurde paure che si vanno sviluppando, paure concrete ma anche paure legate alla semplice apparenza, Paure della nostra contemporaneità che rendono difficile la vita anche nei gesti quotidiani".

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