L'Insostenibile leggerezza della normalità familiare
L'insostenibile leggerezza della normalità familiare. Detta in
altri termini:
che cosa unisce un rocker un po' frustrato, accarezzato dalla
fortuna ma
impantanato nella genesi del suo primo disco, un frenetico e indebitato
sino
all'osso produttore di ciliegie sotto spirito e una giovane che ama
solo i
delfini? Tutto e niente. Cioè la famiglia. In salsa provinciale e per
immagini di un narratore della provincia discreto, malinconico ma
energico
come è Gianni Zanasi che alla Mostra, nelle Giornate degli Autori,
porta la
tragicommedia "Non pensarci" e viene accolto a suon di
applausi, alla
mattina, mentre alla sera il cast è sul palco in versione band, Zanasi
al
basso, Mastandrea alla batteria, Abbrescia alla chitarra.
Al cinema, Zanasi, non si vedeva dai tempi in cui portò in concorso qui
a
Venezia "A domani" (ed era il '99), anche se da allora il
regista ha
codiretto con Lucio Pellegrini un bel documentario, "La vita è
breve ma la
giornata lunghissima", presentato nella sezione digitale sempre
alla Mostra
nel 2004 e premiato con una Menzione Speciale. E oggi finalmente ( ma,
dice
lui, "è sempre un miracolo perché in Italia c'è un'enorme
difficoltà nel
trovare produttori di opere di giovani e, non a caso, anche questo film
è
autoprodotto almeno in parte con la società creata con Rita Rognoni e
Lucio
Pellegrini e per il resto con la collaborazione di Beppe Caschetto e de
La7")
ricompare con la storia di una famiglia sconquassata ma
dall'apparenza
composta, un po' ipocrita e un po' disperata, disorientata
sempre anche
quando benintenzionata. Insomma un gruppo di famiglia tutto in esterni
e
tratteggiato come metafora di un oggi in cui tutto tende a precipitare
ma
molto si aggiusta, all'italiana, strada facendo. Perciò toccante e
attuale,
divertente e drammatico. Appunto, l'oggi.
Perché che a che altro rimanda la sorella (Anita Caprioli) creduta
lesbica e,
invece, innamorata del ragazzo bene che si butta in politica perché
"io non
conto nulla ma la mia faccia è fotogenica" e che mentre finge di
scontare una
trasgressività che non le appartiene stringe la sua vita tutta sui
delfini? E
a che cosa il figlio di papà (Giuseppe Battiston) che gestisce la
fabbrica di
famiglia e, zitto zitto, tronfio se occorre, la porta allo
sgretolamento
ipotecando tutto l'ipotecabile? O il protagonista (un Valerio
Mastandrea cui
il ruolo è stato letteralmente cucito addosso come lui ammette
aggiungendo
che lo affascinava "questo personaggio che a 36 anni si sente al
tramonto")
musicista che non ha fatto in tempo ad assaporare la sua fetta di
successo
prima di vederla disciogliersi e che va a leccarsi le ferite nella casa
paterna di Rimini che ha abbandonato sbattendo la porta molto tempo
prima? E
a chi appartiene l'aggiustamento finale di tanto sgrovigliare, con
salvezza
della fabbrica di famiglia, apparente reincastro di tasselli e
ripartita del
nostro eroe che torna sul palco e, stavolta, si butta davvero fiducioso
che
il pubblico lo afferri?
Insomma l'Italia, l'Italietta e gli italiani di oggi, con
l'idea fissa ( e
giusta) che, come dice il regista, "la provincia e la commedia
aiutano a
costruire un'idea del paese di oggi, con le nevrosi che aumentano e
le
assurde paure che si vanno sviluppando, paure concrete ma anche paure
legate
alla semplice apparenza, Paure della nostra contemporaneità che rendono
difficile la vita anche nei gesti quotidiani".