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   CASTLE ROCK   

18.06.2007

Riflessioni tra cinema, tv e teatro per Mastandrea e Cortellesi

Cinema in tv o tv come al cinema? Meglio il teatro, il cinema indipendente o la fiction di qualità, per intenderci quella realizzata con budget elevati e cast preso in preso al cinema, che raccoglie larghe fette di telespettatori? Con l'estate arriva il tempo dei bilanci sulla stagione appena conclusa e, più in generale, sullo stato di salute dell'industria cinematografica italiana. Luogo deputato alla discussione è la piazzetta di Castiglioncello gremita di persone e inondata dal sole, cuore della rassegna organizzata per il terzo anno consecutivo da Paolo Mereghetti e dedicata alla riflessione sul giovane cinema nostrano. Ad animare il dibattito insieme a Mereghetti Paola Cortellesi, reduce dal successo televisivo della fiction su Maria Montessori, e Valerio Mastandrea, il cui ultimo lavoro è il vivace noir Notturno Bus diretto dall'esordiente Davide Marengo.

Domanda: Voi due, come molti altri attori italiani, oscillate tra differenti esperienze lavorative: cinema, teatro e televisione. Come riuscite a passare indenni attraverso media sostanzialmente diversi?
Paola Cortellesi: L'amore per il mestiere dell'attore è talmente grande che si è disposti ad affrontarlo in qualsiasi forma. Sarebbe innaturale dedicarsi a una cosa sola. Anche la televisione, che oggi viene pesantemente criticata, ha dato notorietà a molti di noi permettendoci di lavorare. Ovviamente va fatta con impegno, l'importante è che i prodotti siano di buona qualità.
Valerio Mastandrea: Il problema principale è l'omologazione. Il sistema attuale prova a farti fare sempre la stessa parte mentre la cosa migliore per un attore è poter recitare tutto. Io sono uno che non si sottrae ai provini. Voglio essere in grado di mostrare che so interpretare ruoli diversi. Ad esempio per "N, Io e Napoleone" ho fatto una telefonata a Paolo Virzì parlando con l'accento toscano. Purtroppo oggi i produttori non vogliono più rischiare. Se funzioni in un ruolo ti fanno fare sempre quello, allora uno si rifugia nel teatro perché al cinema non c'è la stessa libertà artistica. Il teatro permette di sperimentare di più.
PC: Questo è vero. In TV non sei autonomo. In teatro scrivo i miei copioni con un amico drammaturgo con cui collaboro da dieci anni e ho avuto la fortuna di trovare un produttore che ha avuto fiducia in me. Però credo moltissimo anche nella buona televisione, nel commerciale e nel popolare che arriva in tutte le case.
VM: Purtroppo la TV risponde solo alla massa degli ascolti. Adesso abbiamo realizzato tutti film sui santi perché la gente li guarda e fanno il record dell'auditel.
D: Come si può combattere l'omologazione della TV?
PC: Con coraggio e convinzione. E con delle leggi che vietino o limitino un certo tipo di prodotto, in modo che non si debba vedere la stessa cosa alla stessa ora su tutti i canali.
VM: Ci vorrebbero vent'anni per far crescere il pubblico e spingerlo ad apprezzare una proposta diversa. Con il bombardamento della tv spazzatura di oggi… Manca solo un reality sulla morte in diretta. Ogni venerdì alle 21:30 uno si spara in faccia e vince chi si ammazza più tardi
D: Mastandrea ha anche diretto un corto, selezionato alla Mostra di Venezia del 2005, sulle morti bianche. Come è stato trovarsi dall'altra parte della macchina da presa?
VM: L'esperienza del corto è stata importante per capire il mio lavoro di attore. Ho realizzato uno psicodramma con attori bravissimi come Elio Germano e Jasmine Trinca. Credo molto nell'argomento del mio film, per me il lavoro non è solo busta paga, ma è identità, realizzazione di sé.
D: Quando avete realizzato che avreste fatto questo mestiere per vivere?
VM: Oggi. Poco prima di arrivare qui. (ride) No, sul serio. Mi sono arreso al fatto di fare l'attore in treno, mentre giravo per promuovere "Palermo Milano solo andata", dopo quattro anni che lavoravo in teatro. All'inizio mi sentivo un privilegiato, anche un po' in colpa nei confronti degli altri e allora sul set cercavo di dare una mano ai tecnici finché un giorno un macchinista non mi dice: "'Lascia stare, questo è il mio mestiere! Te fai l'attore. Vai in camerino con l'aria condizionata, vai!'"
PC: Certamente questo è un mestiere privilegiato, ma dipende anche dalla situazione. Ci sono produzioni ricche e ce ne sono altre in cui bisogna arrangiarsi.
VM: Mentre giravo "Tutti giù per terra" mi sono fatto la barba in tutti i bar di Torino. La mattina mi salutavano dalla porta.
D: Attraverso cinema e teatro si può dare un contributo al sociale aiutando a prendere coscienza dei problemi che ci circondano?
PC: Noi serviamo a raccontare storie. La soluzione spetta ad altri.
VM: Sono problemi grandi e quindi le risposte le devono dare le istituzioni. In questo periodo in cui la politica ha perso seguito possiamo contribuire. Ho girato il mio corto sulle morti bianche per questo, per sollevare la discussione sul problema.
D: Avete firmato entrambi il movimento Centoautori per una nuova legge sul cinema.
VM: Noi chiediamo una nuova politica culturale, è giusto che gli spazi decisionali siano occupati da gente di cinema e addetti ai lavori. Non proteggiamo solo il nostro lavoro, ma prima di tutto difendiamo il nostro diritto di spettatori.

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