"Te lo posso offrire io il caffé, Valé, sono un tuo ammiratore. Forza Roma!". "Sempre" risponde ringraziando placidamente Valerio Mastandrea appena nominato al David di Donatello per "N, Io e Napoleone". Sulla terrazza Caffarelli accanto al Campidoglio, l'attore romano è salutato con affetto dai barman di uno dei luoghi più affascinanti della Capitale. Librone commemorativo e attestato della nomination in mano, Mastandrea, però, è più pacato del solito nella sua intervista a Cinema.it. Qualcosa è cambiato e non si tratta solo di genuina e comprensibile emozione. A trentacinque anni, sa di essere arrivato ad un punto di svolta della sua carriera.
Domanda: A che punto siamo?
Valerio Mastandrea: "Qualche piccolo passo avanti lo abbiamo fatto. Questo soprattutto per quello che riguarda sia la crescita artistica che l'entusiasmo. E' una questione soprattutto personale. Non mi riferisco a quello che succede agli occhi degli altri".
D: Quindi?
VM: "Credo di essere sempre più cosciente di quello che mi circonda e di quello che mi succede. Di quello che è il mio lavoro".
D: I premi che ruolo giocano?
VM: "Basta che uno non pensi che questo lavoro è fondato sulla competizione. E' uno sforzo collettivo. Se la competizione c'è è solo contro se stessi. Nei confronti degli altri puoi solo volere collaborare. Avere dei premi a casa non significa essere più bravi degli altri. Queste sono scemenze".
D: Cosa si prova ad essere candidato dopo quattordici anni di questo lavoro?
VM: "E' un'emozione. Non era mai successo. Sono in una cinquina 'figa' insieme a gente come Scamarcio, Ninetto Davoli, Ennio Fantastichini e Giorgio Colangeli, tutti attori che hanno veramente meritato la candidatura con dei film davvero interessanti. Non me lo aspettavo".
D: Sicuro?
VM: "Sicuro. Semmai me la sarei aspettata in passato per altre cose. Qui, invece, non me l'aspettavo ed è arrivata. E' così..."
D: E adesso?
VM: "Adesso mi fermo. Sto cercando di capire un po' di cose. E' un discorso lungo..."
D: Il futuro sta nella regia?
VM: "Chi lo sa? Devo avere un'urgenza vera di raccontare una storia".
Fermarsi, quindi, perché?
VM: "Perché ho lavorato tanto ed è arrivato il momento di ricaricarsi. Anche se, forse, non me lo posso permettere. Certo è che arrivato il momento di capire quello che voglio fare. Sono in una fase di stallo".
D: I suoi ruoli, come quelli di N e Notturno Bus, sono maturati nel frattempo...
VM: Le carriere dovrebbero essere così. Non ho fatto passi da gigante, ma sicuramente quando sono cosciente di quello che faccio cerco di andare avanti tentando qualcosa di diverso. Se ci fosse la possibilità per tutti di fare questo discorso sarebbe un sistema di cose molto sano il nostro. Purtroppo noi rischiamo continuamente di omologarci e sta alla coscienza del singolo ribellarsi a queste regole.
D: Però lei ha evitato tutti i clichés...
VM: "C'è chi dice che, invece, io l'ho accettati facendo sempre lo stesso ruolo da "romano", lo stesso personaggio..."
D: Chi lo dice non si ricorda tanti suoi ruoli molto diversi, come, ad esempio, il poliziotto de Il sole negli occhi di Andrea Porporati...
VM: "Lo dici a me? Quello se lo ricordamo in pochi, purtroppo".
D: Cosa cerca adesso?
VM: "Di andare avanti. Semplicemente questo. Andare avanti. In questo senso se può servire anche fare un corto da regista è un'esperienza che non mi nego".
D: Il suo primo corto anticipava l'attenzione mediatica per le morti sul lavoro...
VM: "Sì, una piaga che c'è sempre stata".
D: Desidera intercettare altri sentimenti e fenomeni del genere?
VM: "Certamente".
D: Tra un David di Donatello e la Champions League per la Roma?
VM: "La Champions League: tutta la vita!"