Bioarchitetto appassionato di energie rinnovabili, separato dalla moglie Valeria (Maria Grazia Cucinotta), Sergio (Valerio Mastrandrea) vive con il figlio diciassettenne Valerio («Mia madre mi ha chiamato come lei, un incubo!» dice il personaggio interpretato da Daniele De Angelis), adolescente in bilico tra l'incombente e asfissiante presenza della madre e la distrazione del padre, troppo preso dal lavoro e dal gusto di una ritrovata libertà, dopo la precoce paternità e la separazione.
L'improvvisa fuga in Marocco di Valerio, che parte su un traghetto con gli amici Samir (Jamil Hammoudi), Andrea (Nicolas Vaporidis) e Giacomo (Lorenzo Balducci), costringe Sergio a far i conti con le proprie responsabilità di padre e a partire a sua volta in cerca del figlio. Passioni, imprevisti e svolte esistenziali travolgono la vita del figlio, che s'innamora durante il viaggio della bella Jasmina (Esther Elisha), e il menage del padre, che si ritrova come compagna di viaggio Tamù (Kesia Elwin), la donna che gli farà da guida nel paese nordafricano e che lo aiuterà a ritrovare la bussola della propria esistenza.
Il vento del cambiamento non risparmierà, del resto, neppure l'ansiosissima madre Valeria che, dice la Cucinotta, «come tante mie amiche separate non molla mai la presa sull'ex marito, anche se continua a parlarne male, finché non sai innamora anche lei, come capita al mio personaggio». L'attrice siciliana, che si è riservata un cameo - «Ho accettato il ruolo perché - a differenza di altre colleghe - non ho alcuna difficoltà a fare la madre adulta di un 17enne, sullo schermo. Del resto nel cinema sono sempre stata madre, anche quando ero agli esordi e avevo solo 18 anni. E poi non sono angosciata dalla bellezza che passa: il carisma, quello è importante, perché dura tutta la vita» - è più che altro produttrice della pellicola. Un impegno che ormai la distoglie sempre più dalla recitazione e anche dalla famiglia: «Non sono appiccicosa, anzi: piuttosto indipendente. Sono sposata da 12 anni di matrimonio e per i primi sette mio marito non l'ho quasi visto e tuttora ci incontriamo raramente: forse è per questo che l'unione dura!».
«Vicinanza e spaesamento: questo cercavo - dice il regista Francesco Falaschi - quando ho scelto il Marocco come location per il film»: in una dimensione paesaggistica e umana suggestiva e a tratti arcaica (le riprese si sono svolte tra Ouarzazate, Marrakech e Essauira), vengono al pettine i nodi conflittuali dei rapporti familiari, spesso originati da un irrisolto confronto tra culture diverse. Il viaggio di ciascun personaggio, che si svolge interamente (e non a caso) su mezzi di fortuna, è un viaggio interiore negli aspetti inediti di sé, alla scoperta delle risorse che consentono ai protagonisti, adulti e adolescenti, di reinventarsi e di rischiare.
Dal disincanto, all'ironia fino al coinvolgimento sentimentale, non c'è corda emotiva che Mastrandrea - un interprete che ormai è una certezza per il cinema italiano - non riesca efficacemente a far risuonare con tocchi minimi ed essenziali.
La freschezza dei dialoghi - «alla scrittura dei quali ha collaborato uno sceneggiatore 20enne», dice Falaschi - è resa al meglio dai giovani co-protagonisti (Hammoudi - «Il mio personaggio - dice - parla uno slang romanesco-marocchino: dovevo essere molto esuberante, perfino coatto. Penso di esserci riuscito!», Vaporidis e Balducci), tutti perfettamente affiatati sul set, - «Sembrava di stare in gita scolastica!» conferma il regista, «Sì, è stata come una vacanza bellissima, il Marocco è un paese meraviglioso e non vedo l'ora di tornarci», racconta Esther Elisha, che di sé dice di essere «al 25% bresciana, al 25% potentina e al 50% del Benin», impegnata come il suo personaggio «a gestire le due identità, italiana e africana, ma senza nessuna imposizione da parte dei miei genitori, soprattutto di mio padre, che ha accettato senza batter ciglio che a 17 anni andassi in vacanza con il mio fidanzato».
Ritmo e musicalità giovanili resi anche dalla colonna sonora, «che mette insieme sonorità fusion, brani etnici Gnawa e le canzoni dell'ultimo album di Pelù» - dice il regista -, «perfette per film». Un film dove spiccano, tra i molti sorrisi delle due protagoniste femminili, quello di Daniele De Angelis - «Ho già fatto diversi film - dice - ma da qui a sentirmi un attore professionista ce ne corre. Intanto, spero di passare quest'anno l'esame di maturità!» -, di Jamil Hammoudi, fiero di «aver lavorato anche con Abel Ferrara e contento di esser tornato a casa, sul set, nel mio Marocco: sono nato a Rabat» e di Lorenzo Balducci, l'unico ad avere una lunga gavetta televisiva, molto bravo nel far virare il proprio personaggio dalla fase della timidezza cronica - «Mi sono divertito moltissimo perché ho esasperato tic e manie che mi appartengono: poi non vedevo l'ora di arrivare alla scena del ballo, in cui mi scateno. Non mi era mai capitato di poter essere un po' più "leggero sullo schermo"».
Maturi e fin troppo adulti - «Daniele, mio figlio nel film - dice la Cucinotta -, parla come un 90enne: in tre secondi, riesce a farti sentire un poverino» -, queste giovani promesse del cinema impressionano con un curriculum da veterani, cnonché on una determinazione e una consapevolezza da professionisti, sorprendenti considerata l'età anagrafica, - «In genere affronto ruoli drammatici: questo è stato per me una boccata d'aria - dice Balducci - ma non mi precludo nulla. La cosa più bella è trovarsi in situazioni diverse da quelle già vissute». «La cultura del cinema italiana - conclude Jamil Hammoudi - sta cambiando: ci sono sempre più ruoli per stranieri, come già accade in Francia, e spero che si continui su questa strada».