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05.2006

“4-4-2 Il gioco più bello del mondo”, ovvero: la passione pura per il calcio nel tempo degli scandali

Con un sarcastico tempismo arriva nelle sale “4-4-2 Il gioco più bello del mondo”, commedia ad episodi sulla parte del pianeta calcio non illuminata dai riflettori. Mentre i piani alti sono sconquassati dal peggior scandalo mai scoppiato, il film pensato e prodotto da Paolo Virzì e i suoi allevi della Scuola Nazionale di Cinema, mette in scena il calcio minore, quello degli esclusi, di coloro che per tante ragioni si sono persi per strada, raccontando delle grandi promesse che rimangono tali, degli allenatori delusi e dei giocatori costretti a fare le riserve. Anche se la realtà supera la fantasia e gli addetti ai lavori del gioco più bello del mondo sembrano aver messo in pratica ciò che nessun sceneggiatore avrebbe immaginato, il neo-regista Roan Johnson (uno dei ‘quattro moschettieri’, gli altri sono Francesco Lagi, Claudio Cupellini e Michele Carrillo), spiega il senso dell’operazione: “Nei quattro episodi del nostro film volevamo avere uno sguardo non disilluso, romantico. Abbiamo cercato di dare forza a componenti minori e vitalistiche. Quello che volevamo fortissimamente era comunicare l’amore per il mondo del calcio”.
In “Meglio di Maradona” Michele Carrillo racconta la vicenda di un ragazzino napoletano, geniale con il pallone tra i piedi quanto scapestrato e indomabile, che viene spedito dal suo allenatore (un grande Nino D’Angelo) tra gli allievi della Juventus, dove non riesce proprio ad adattarsi alla disciplina e alle regole dello spogliatoio.
In “La donna del mister” Caludio Cupellini ci porta nel mondo del calcio femminile. L’allenatore della Lazio (Rolando Ravello) deve guardarsi dagli avversari, ma anche dalla sua centravanti Francesca (Francesca Inaudi), che rivolge insistenti attenzioni alla sua promessa sposa.
“Balondòr” è la storia, tradotta in immagini da Francesco Lagi, di un patetico procuratore da quattro soldi (Gigio Alberti) che porta ad un provino nel Milan un ragazzino africano assai promettente.
Un Valerio Mastandrea con inedito accento toscano è invece Iuri Barzagli ne “Il terzo portiere” di Roan Johnson. A 37 anni, relegato in tribuna nel campionato di C1, decide di truccare una partita insieme a due compagni per assicurarsi una ‘buona uscita’ a fine carriera.<br/>
“Abbiamo fatto un vero e proprio lavoro di squadra”, spiega Paolo Virzì, che ha fatto da chioccia ad un team di sceneggiatori (coordinati da Francesco Bruni) e registi con i quali, confessa, il progetto “è nato proprio giocando a calcetto dopo le lezioni. Trovo importante che i giovani si confrontino con la commedia popolare per fortificare il mestiere, per poi magari rubarlo a noi più stagionati… tra qualche anno. Questo è un film sul mistero di una passione irragionevole e struggente che è quella che ci accomuna per il calcio, qualcosa di infantile, forse, ma in fondo la poesia stessa ha dentro qualcosa di stupido”. Le due punte (anche se uno dei due gioca in porta) di un cast variegato ed eccellente sono Francesca Inaudi e Valerio Mastandrea. “Devo confessare di aver dovuto usare una controfigura – spiega un po’ imbarazzata la Inaudi – perché sono totalmente incapace di dare calci ad un pallone e muovermi su un campo di calcio. Abbiamo lavorato molto più che altro sull’immagine trasgressiva del mio personaggio”. Mastandrea, dal canto suo, difende debolezze e virtù del suo personaggio e spende parole amare sulla crisi nera che il sistema calcio sta attraversando: “Io ero disilluso da una quindicina d’anni, per cui non mi sorprendo. Il nostro è un paese che perdona in maniera facile e rapida, stavolta bisogna davvero riflettere. Per tutti noi è una buona occasione per capire quanto si ama veramente il pallone”.

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