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IL MATTINO 
13.05.2006
Tra Napoli e Torino il calcio si fa film
Oscar Cosulich Roma. È un napoletano, Michele Carrillo, regista dell'episodio «Meglio di Maradona», ad aprire «4-4-2. Il gioco più bello del mondo», prodotto da Paolo Virzì (con 1,5 milioni di euro) e diviso in quattro minifilm dedicati al mondo del calcio, tutti diretti da esordienti, in uscita venerdì 19 in un’ottantina di copie. Un divertissement di grande attualità, il cui arrivo nelle sale coincide con il più grande scandalo che abbia mai colpito il sistema calcio italiano. Quattro storie marginali, in cui il cosiddetto grande calcio è una chimera lontana, la corruzione è di piccolo cabotaggio e domina su tutto la voglia di divertirsi: «Io voglio solo pazzià a pallone», dice infatti il tredicenne Antimo (Alessandro Guasco), quando abbandona Torino e torna al campetto napoletano dal suo mister (Nino D’Angelo), che era riuscito a farlo arrivare fino alle giovanili della Juventus, dove però nessuno era in grado di comprendere il suo talento non riconducibile ad alcuno schema societario.
Dopo il viaggio Napoli-Torino-Napoli di «Meglio di Maradona», si passa all’intreccio di amori e tradimenti con «La donna del mister», diretto da Claudio Cupellini, ambientato nella squadra femminile della Lazio e interpretato da Francesca Inaudi, Rolando Ravello, Alba Rohrwacher e Piera Degli Esposti. Seguono il toccante «Balondòr» di Francesco Lagi, con Gigio Alberti che tenta di far arrivare Omar (Hady Sy), bambino africano di grande talento, nel centro sportivo di Milanello, dove si scontra con l’inflessibile Antonio Catania, per chiudere con l’ironia agrodolce di «Il terzo portiere» di Roan Johnson, con Valerio Mastandrea, che racconta la triste storia di Yuri Barzalli, portiere a fine carriera che vorrebbe vendere una partita per sistemarsi economicamente. «Che posso dire? Nel calcio c’è sempre stato il sospetto che certe scorrettezze esistessero», dice Paolo Virzì, molto divertito nel suo ruolo di protettore e scopritore di giovani talenti, «a me l’arroganza di personaggi come Moggi ha sempre dato fastidio, è un cattivo esempio per i giovani, così come mi lasciava di sasso il servilismo di tanti giornalisti sportivi nei suoi riguardi. Invece anche nel calciatore peggiore dal punto di vista umano c’è sempre un bambino innocente, che gioca con una palla che rotola. È questa la poesia del calcio e certi individui non possono togliercela». Ed ecco il romanista Mastandrea: «Il tifo per me è una malattia - spiega l'attore - e ora voglio proprio vedere quanto tempo ci metteranno a ”perdonare” individui che hanno creato un sistema così perverso».
ARTICOLI 2006
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