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LA NAZIONE 
08.12.2005
Migliore
Valerio Mastandrea - da stasera a domenica sul palcoscenico del teatro Puccini, il 13 al Giotto di Vicchio del Mugello — si confessa: racconta i pensieri, le tensioni, i rodimenti di un uomo “sfigato” che, improvvisamente, con un lavoro nuovo di zecca che gli dà potere, si trova ad essere al centro dell’attenzione, ammirato, desiderato dalle donne.
«Ma non sono io veramente — mette le mani avanti l’attore romano — anzi, a dire il vero, il protagonista di Migliore, scritto da Mattia Torre, mi assomiglia pochissimo. Solo mi diverto a interpretarlo».
E le autoconfessioni che faceva al Maurizio Costanzo show?
«Non le rinnego. Ma avevo 19 anni, adesso ne ho 32 e molte cose sono cambiate».
Per esempio?
«Ho preso più consapevolezza di me e del mio lavoro. Adesso so che è meglio non andare a raccontare i fatti miei in giro. Che non mi piace far parlare di me i giornali di gossip. Tendo di più a proteggere la mia vita».
Che cosa la spingeva allora “ a mettersi in piazza”?
«Forse anche una certa dose di egocentrismo ma, soprattutto, un bisogno prepotente di riuscire finalmente a dire quello che mi ero sempre tenuto dentro. Mi è servito. Non saprei dire come, ma dopo sono cambiato. E poi quella trasmissione mi ha insegnato molte cose che poi mi sono servite poi nel lavoro».
Lo rifarebbe?
«No, questo è sicuro. Anche perché nel frattempo la tv è cambiata. Quello che raccontavo di me allora aveva un fondo di schiettezza, veniva da un’esigenza vera. Oggi non vedo molte cose di questo tipo».
La tv dei reality cattiva maestra, come dice il presidente Ciampi?
«Non lo so. Quello che è certo è che mi fa molta rabbia vedere autori che si mettono a tavolino a costruire storie di ragazzi, apparentemente simili alla mia, ma che in realtà sono completamente finte, di cartapesta».
Allora meglio il cinema e teatro di autore?
«Quando mi capita lo faccio volentieri. Mi è piaciuto lavorare con Daniele Vicari e, più di recente, con Paolo Virzì».
Che ruolo ha nel nuovo film del regista toscano?
«Una piccola parte, ma divertente, faccio un macellaio dell’Elba».
E nel film di Moretti?
«E’ ancora top secret. Se ne parlo, mi tagliano le mani».
Allora, dove la rivedremo tutt’intero prossimanente?
«Al cinema e in teatro, spero».
Qualche progetto?
«Tanti, ma per ora frullano solo nella mia testa».
Mancano le occasioni giuste?
«Più che altro è il cinema italiano ad essere in crisi drammatica da più di dieci anni. Sono solo contento che finalmente si sia rotto il tabù del silenzio e, da più parti, si cominci ad ammettere queste difficoltà».
Le cause?
«Sono sotto gli occhi di tutti: sono economiche. Il predomino delle major, troppo cinema americano. Pochi in Italia che abbiano voglia di investire in film che non siano di consumo».
E i nuovi autori?
«Ci sono e anche di interessanti».
Con chi le piacerebbe lavorare?
«Il cinema di Sorrentino è fico. E poi mi piace Francesco Munzi. Il suo film Saimir, ha avuto un menzione speciale come opera prima l’anno scorso a Venezia. Ma il problema è che il cinema d’autore resta solo di nicchia».
E non va bene…
«Come potrebbe? Il cinema, come la musica, lo spettacolo, deve parlare al popolo. Altrimenti, a che serve?».
Ma lei da spettatore al cinema ci va mai?
«Sì, almeno due-tre volte la settimana».
E che cosa sceglie?
«Di tutto. I film italiani. Ma mi piace anche un bel film d’azione. Almeno quelli gli americani li sanno fare bene».
ARTICOLI 2005
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