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17.05.2005

Valerio Mastandrea, re dei Festival

Domanda: Valerio Mastandrea, praticamente un habituè dei festival?
Valerio Mastandrea:(Ridendo). No però è una delle soddisfazioni di questo piccolo percorso di carriera iniziato 10 anni fa. Non ho mai fatto cose di grande successo, però spero di farle presto. Per completare un bel discorso, una carriera deve anche avere bisogno di quello. Lo sto capendo piano piano, mettendo da parte una sorta di corazza etica. Una cinematografia dovrebbe essere fatta di questo e di quello. Questo con Daniele Vicari è un po' un primo film per certi aspetti. Cannes è servito a proteggere il film e a farlo arrivare in Italia preparato. Per me come attore è sempre un privilegio e un onore andare ai festival. Due volte sono andato a Venezia, è importante per segnare il passo di un cinema che piano piano con i film che mi scelgo fanno parte di una piccola ricostruzione del nostro cinema. Naturalmente tutto con grandissima umiltà.
D: Insieme a Pasotti, Dionisi, Accorsi, Lo Cascio, Kim Rossi Stuart (non a caso tutti presenti all'ultimo festival di Venezia insieme a te), fai parte di una nuova generazione di attori ormai affermati nel nostro cinema. Il lavoro per te non manca anche in momenti di crisi generale come questo?
VM: Anche se a me non mi hanno mai nominato per un David di Donatello. Non ci credono ancora che faccia l'attore. Però sono contento che non mi hanno nominato, sennò sembra che ci sono rimasto male. Io sono forse, tra i nomi che hai fatto, quello più omologoabile, sembro legato soltanto a certi personaggi, in realtà l'attore dovrebbe poter far tutto. In questo film sono stato veramente molto fortunato. Non senza fatica.
D: Quanta autonomia hai nella scelta di un film?
VM: Quando dico che io scelgo, è quello che preferisco di non fare. Molti copioni si assomigliano per quanto sono rassicuranti nei confronti del pubblico. Soprattutto in quello uno sceglie. Io di autonomia ne ho avuta sempre molto poca, non me lo sono mai potuto permettere. Daniele (Vicari - ndr) mi ha scelto sempre lui ed è arrivato in maniera provvidenziale. Prima di "Velocità massima" venivo da 2 anni di teatro che mi ha insegnato moltissimo, però ero veramente abbattuto rispetto al mio mestiere. Poi è arrivato un'altra volta quest'anno con un lavoro del tutto diverso chiedendomi di mettermi in gioco e dandomi molta fiducia nelle mie capacità.
D: Il film più bello che hai fatto?
VM: Ti riconosci sempre in tutti i lavori, anche in quelli sbagliati, nel senso che potevi non fare o che facendoli hai capito delle cose. Questo film è l'unico film che mi ha fatto stare male quando è finito. Abbiamo toccato delle corde personali. Continuiamo a parlarne anche tra di noi. Non mi è mai capitato così. Questo, "Tutti giù per terra", "L'odore della notte" sono tutti film che hanno segnato un passo. Ma il film che mi piace di più è quello de devo ancora fare.
D: Un film che invece avresti voluto fare?
VM: "Romanzo criminale" che hanno fatto tutti quelli che hai detto tranne me. Il rifiuto di quel film è comunque avvenuto per fare questo. Quello era un film che secondo tutti avrei potuto e dovuto fare per un sacco di persone, tranne per chi l'ha prodotto e chi l'ha girato.
D: Il film di Daniele Vicari pone la questione morale del diritto alla cittadinanza. Perché l'Occidente ipertecnologico è così infastidito dai problemi reali del mondo "in via di sviluppo"?
VM: Perché siamo un paese sviluppato, in continuo progresso ma per altri aspetti siamo molto fragili perché non riusciamo a considerare quest'avanzamento con un atteggiamento etico. L'immigrazione terrorizza da un punto di vista sociale tutti, social panic dicono gli inglesi, atri invece la sfruttano senza paura. Non bisognerebbe dimenticare cosa significa quando c'è un'immigrazione così grande, non è neanche un fatto di xenofobia è terrore.
D: Il personaggio del tuo film a tratti è anche aggressivo, sembra si tenga tutto dentro per esplodere. Tu come sei?
VM: Io non sono molto aggressivo e sono anche abbastanza estroverso ma solo in apparenza. Se guardiamo ai rapporti stretti ho le mie chiusure. In questo Max mi è molto simile ed è per questo che mi ha dato fastidio questo film. Non sono mai scappato, non ho mai fatto il vago rispetto a questo, ma ha accelerato l'incontro e lo scontro con queste cose mie. Ma questa è bassa psicoterapia. Mi affascina Max per questa sua complessità che in me non è presente.
D: Quali sono le tue passioni? Cosa leggi, cosa ascolti, che sport pratichi?
VM: Sono quelle di tutti, stare anche insieme alle persone con cui condivido la vita mia, la musica. Ce ne sono tante.
D: La Roma?
VM: Quella lasciamola lì, quello è un morbo e come tale non se ne può né parlare né capire. .

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