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25.05.2005

Mastandrea sul set di Vicari. "Il mio personaggio? una scommessa"

Reduci da Cannes dove «L'orizzonte degli eventi» è stato presentato nella Sémaine de la critique, il regista Daniele Vicari e il protagonista Valerio Mastandrea ieri hanno salutato il pubblico del Med prima della proiezione serale. In mattinata hanno incontrato al Modernissimo gli studenti di alcuni licei di Napoli nell'ambito de «I mestieri del cinema», sezione della rassegna «Verso Sud» proposta dall'associazione Moby Dick Progetto Scuola. Dopo la proiezione Vicari e Mastandrea hanno risposto alle vivaci domande dei ragazzi e l'attore romano, che ha sfoggiato la solita simpatica indolenza, schivando scherzosamente i quesiti più difficili e rigirandoli al regista, ha avuto un sussulto di entusiasmo quando qualcuno ha accennato alla sua fede di ultrà della Roma: «La seguirò sempre, qualunque cosa accadrà, con o senza il tridente delle meraviglie Totti-Cassano-Montella». Ma presto i doveri dell’incontro stampa lo riportano al personaggio del film. Max, giovane fisico impegnato nel laboratorio del Gran Sasso, pur di avere fama e soldi nasconde alla sua équipe che il progetto al quale lavora è fallito. Una collega lo scopre e lo denuncia. Max è rovinato, cerca il suicidio, ma viene salvato da un povero pastore albanese che lo farà riflettere sulla sua vita... «Con Vicari - racconta Mastandrea - avevo già girato ”Velocità massima”, film diverso nel quale anche il mio personaggio era completamente differente da questo. Sono ruoli entrambi lontani da me, ma quello di Max è stata una vera sfida, mi sono sentito come se ”L’orizzonte degli eventi” fosse il mio primo film». Continua l’attore: «Quando ho letto il copione, mi sono un po' spaventato perché ho capito la complessità di rendere la figura di questo ricercatore che quando torna nel mondo normale vede tutto in maniera diversa. Ma ho accettato subito perché ho capito che era un ruolo che mi mancava e che mi consentiva di interrompere la routine. Credo che abbiamo realizzato un buon film che affronta anche il problema del nostro rapporto con altre culture con cui dobbiamo fare i conti. Il cinema italiano dovrebbe raccontare di più questo aspetto della nostra epoca». Vicari, che ha dichiarato la sua ammirazione per alcuni autori napoletani dell'ultima generazione e per Vincenzo Marra in particolare, stimolato da una domanda ha detto: «È un finale volutamente aperto, problematico, non amo i film che danno messaggi, le ricette o le conclusioni tranquillizzanti, preferisco il dubbio, la riflessione, l'interpretazione».

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