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UNIONE SARDA 
25.01.2005
Mastandrea, l'anima del sottoproletariato
Ci pensa bene prima di cogliere una buona occasione di riscatto. Tutt'intorno le baracche della periferia, l'ignoranza e la rassegnazione di vivere nella miseria più nera che solo la morte potrà addolcire. «In questo mondo colpevole, che solo compra e disprezza, il più colpevole sono io, inaridito dall'amarezza». Biglietto da visita che non ammette debolezze, Valerio Mastandrea entra in scena con il suo Accattone. Suo e di Stefano Benni che ha scritto l'adattamento. Suo e di Roberto Gatto e Danilo Rea che hanno cucito sopra i testi di Pierpaolo Pasolini un energico intreccio di brani jazz standard con qualche rivisitazione più che popolare. Così il sipario del teatro Alfieri domenica si è aperto sulle note di Chico Buarque. Quella stessa O que serà tradotta anni fa da Ivano Fossati ma che questa volta non ha avuto bisogno di parole perché a raccontare della «fantasia degli infelici che sta nel dai e dai delle meretrici, nel piano derelitto dei banditi» ci pensa un testo dello scrittore friulano che ha tratteggiato quello che succedeva dentro l'anima di un sottoproletario della periferia della sua città adottiva. Di molte città. Una miseria morale e materiale che mai rinuncia all'ironia, neanche quando Accattone decide di non lavorare e sceglie per Stella, una ragazza di cui si sta innamorando e con cui avrebbe forse potuto costruire un futuro («Beata te che nun capisci niente»), un avvenire come quello che ha ritagliato per Maddalena: la strada. Lontano da giudizi di condanna morale per chi ruba o per chi fa il protettore, Mastandrea è perfetto nel ruolo di Vittorio «detto Accattone, perché di Vittorio ce n'è tanti ma di Accattone uno solo» in scena per la seconda volta dopo l'esordio dello scorso aprile al teatro Ambra Jovinelli di Roma. Uno spettacolo che ha riunito in poco meno di un'ora e mezzo la grande musica di due jazzisti di alto livello e la capacità di un attore che forse avrebbe potuto puntare più sulle sue doti sceniche piuttosto che sui fogli. Anche se di reading si trattava, magari una maggiore drammatizzazione sarebbe stata gradita. Il secondo appuntamento con la rassegna Alfieri Express è forse l'esempio (più popolare, meno di nicchia) di quell'incontro tra musica, teatro e letteratura che la santa alleanza tra l'associazione Chourmo, Sardegna Concerti e la Cedac voleva esprimere. Spicca su tutto la volontà di rivedere il nostro passato più prossimo sotto una nuova luce come quell'Azzurro interpretato in versione anfetaminica che ha accompagnato la lettura verso la fine dello spettacolo, quando Accattone dopo un furto e un inseguimento finisce con la moto contro un camion. Accorrono gli agenti e gli amici già ammanettati: «Accattò... Che ciai... che te senti?». «Mo sto bene». Sul palco il trio è affiatato come una band di lungo corso. Piano, batteria e voce. Che legge. E non si tira indietro quando il pubblico ? numerosissimo e disposto a stare in piedi - li chiama fuori dalle quinte per la terza volta e Accattone rivive ancora in un bis e cerca di mettere otto persone intorno a un chilo di pasta con il sugo all'affamata e con maestria degna di chi tutti i giorni fa i conti con lo stomaco vuoto finalmente riesce a mangiare da solo. «Nun ve movete, ce penso io».
ARTICOLI 2005
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