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LA GAZZETTA DEL SUD 
02.10.2004
La rivoluzione è una gioia che sale dal Sud
Gioia e rivoluzione cantava Demetrio Stratos. Dal Sud rispondeva Enzo Del Re con Lavorare con lentezza. Ma sono solo due dei brani che compongono la straordinaria colonna sonora del film "Lavorare con lentezza" di Guido Chiesa, prodotto dalla Fandango del barese Domenico Procacci.
La pellicola sarà presentata oggi alle 18 alla Libreria Laterza di Bari durante una conversazione aperta al pubblico a cui parteciperanno il regista, l'assessore comunale Nicola Laforgia, Fabrizio Versienti (giornalista e critico musicale), Patrizia Calefato (semiologa dell'Università di Bari), Angelo Ceglie e il giovane interprete del film, il barese Marco Luisi (vincitore alla 61ª Mostra del Cinema di Venezia del Premio Mastroianni per il miglior interprete esordiente, nel personaggio di Pelo). Seguirà la proiezione del film (alle 21.15) al Cinema Esedra (per l'occasione, l'Assessorato alle Culture ha concordato con l'esercente che il prezzo del biglietto d'ingresso sia di 5 euro) e quindi una festa alle 24 al Centro Interculturale Abusuan in via Vallisa.
L'iniziativa fa parte della rassegna "Pellicole a Colloquio", realizzata dall'Assessorato alle Culture e alle religioni del Comune di Bari, con Angelo Ceglie e Silvio Maselli, in collaborazione con l'Associazione Mutua Studentesca.
"Lavorare con lentezza" racconta le vicende di Radio Alice, emittente libera che apriva le sue trasmissioni con l'omonimo brano del molese Enzo Del Re. Il film, attraverso la storia di un tentativo di rapina in una banca, descrive le vicende del Movimento del '77, compresa la tragica morte del barese Pier Francesco Lorusso.
Domanda: Chiesa, l'atmosfera del film ricorda quella del brano Gioia e rivoluzione degli Area. Quanto c'è di gioioso in "Lavorare con lentezza"?
Guido Chiesa: "C'è molta gioia nel film, non nel senso di ebete ebbrezza, ma di pienezza dell'esistenza. Si tratta di una rivoluzione nuova, che ha abbandonato del tutto le parole e gli stendardi del '900. Nessun contemporaneo pensa al sol dell'avvenire o ad un Palazzo d'Inverno da conquistare. Il senso della gioia è nel trasformare la propria vita ora, adesso e subito, non alla ricerca di un nuovo ordine, ma per costruire un sistema di maggior giustizia".
D: E la rivoluzione?
GC: "Le parole d'ordine nel '900 hanno segnato il tempo. Non è che non siano più di moda, ma hanno un'altra valenza, anche perché, a lungo andare, si sono dimostrate insufficienti. Non solo, è come se si fossero rivoltate contro. Nessuno pensa più alla rivoluzione per instaurare una dittatura del proletariato, semmai è considerato rivoluzionario il trasformare la propria vita, con passione, attraverso la ricerca della felicità. L'idea di una rivoluzione così come è stata concepita dalle menti di fine Ottocento, anche se dettata, forse, dagli stessi motivi, si è dimostrata inefficace. Merito dei movimenti del '77 è quello di aver contribuito a spazzare via certe concezioni. Coloro che hanno continuato, scegliendo la lotta armata, hanno fatto una scelta suicida, disperata e profondamente nichilista. Con la fine del terrorismo, poi, è impossibile richiamarsi a quelle concezioni".
D: Quanto "colore" ha aggiunto a quegli anni di piombo nello scrivere la sceneggiatura?
GC: "La ragione che mi ha fatto pensare agli Afterhours, autori di una strepitosa versione di "Gioia e rivoluzione", allo stesso interprete Valerio Mastandrea e al collettivo di scrittura Wu Ming, è un'unità di orizzonti. Nessuno di noi appartiene a un gruppo politico, ma ci unisce la rabbia, la delusione per lo stato del mondo che ci circonda, oltre che l'ironia e l'autoironia. C'è molto colore nel film. Invece dalle testimonianze scritte di quegli anni, dagli articoli di giornali e anche da una certa cinematografia, emerge un'immagine plumbea, grigia. Se le Brigate Rosse avessero avuto l'autoironia non avrebbero fatto quello che hanno fatto. Ma gli anni '70 sono stati molto di più del terrorismo e delle stragi. In realtà, il film è un viaggio negli anni '70, ma parla del presente".
D: Nella pellicola viene data una centralità alla musica?
GC: "La musica è uno linguaggi che dà energia e sprigiona un senso di liberazione. In quegli anni Rino Gaetano, Enzo Del Re, gli Area, sfuggendo ad ogni caratterizzazione, sono stati portatori di un linguaggio universale. Per esempio, non so quanti ragazzi che vedranno il film conoscono Patty Smith. Di certo la sua carica di adrenalina in musica vale adesso come ventisette anni fa".
D: Com'è stato accolto il film nelle sale?
GC: "È di grande impatto, soprattutto per i giovani. Forse è un film più difficile per i reduci, così come per coloro che non hanno partecipato ai movimenti. Le critiche sono rivolte a quella generazione ma nel film non ci sono pregiudizi. La struttura narrativa, poi, permette di raccontare molte storie, funzionando come un portale web".
D: Al trenta per cento il film è barese, dal produttore Procacci alla musica di Enzo Del Re e all'interprete Marco Luisi, oltre che per il richiamo alla vicenda di Pier Francesco Lorusso.
GC: "Dal film emerge l'importanza del Meridione. Durante gli anni di piombo ci sono state due grandi liberazioni che hanno cambiato il volto della società, anche se per la politica è cambiato poco. Una ha riguardato la condizione femminile, che ha visto molti cambiamenti, non solo nella legislazione, ma anche per la possibilità di studiare e di uscire la sera. L'altro cambiamento ha visto i figli della classe operaia, emigrati al Nord, emergere nei campi culturali e lavorativi, prima irraggiungibili se non con molte difficoltà. È merito degli immigrati del Meridione aver messo in crisi quella condizione del mondo del lavoro".
ARTICOLI 2004
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