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09.2004

Guardie e ladri: intervista a Valerio Binasco e Valerio Mastandrea

In "Lavorare con lentezza" di Guido Chiesa, Valerio Binasco e Valerio Mastandrea danno vita ad un insolito duello interpretato in maniera straordinaria da due attori di cui non si può che dire bene. Una strana coppia che sullo schermo riesce a fare faville interpretando il primo un criminale solo e malinconico, mentre il secondo è un ufficiale dei carabinieri pronto a tutto pur di fermare il suo nemico. Uno scontro di caratteri notevole che Binasco e Mastandrea raccontano in esclusiva per Primissima.

Valerio Binasco
Domanda: Nel film c'è un monologo che lei interpreta riguardo la filosofia, dicendo che in prigione lei ha imparato dai libri le risposte e non - purtroppo - a formulare domande. E' un momento drammatico e toccante. Come è nato?
Valerio Binasco: Non abbiamo proceduto nel modo standard con cui si crea un personaggio. In genere un attore e un regista si incontrano qualche momento prima e ne identificano le tracce comportamentali eppoi lo sviluppano. Stavolta non è andata così. Questa sceneggiatura mi ha offerto un paio di opzioni, poi ho risolto tutto con Guido il giorno stesso dell'inizio delle riprese. Quando ho visto il bar dove erano ambientate le riprese, quando ho visto l'abito malandato che mi aveva messo, quando mi sono visto dopo il trucco con occhiaie e la faccia segnata dalle rughe, allora ho capito che quell'uomo lì era il classico eroe della favola che piace a Chiesa.
D: Quale favola?
VB: Non so se lo sa, ma Guido Chiesa ami le favole sulle Rivoluzioni, raccontate da della piccola gente. Così abbiamo creato quest'uomo.
D: Al di là di quello che il film racconta, lei è riuscito a raccontarci il vissuto di quest'uomo tramite la sua interpretazione…
VB: Più o meno abbiamo detto che potrebbe avere una quarantina d'anni alla fine degli anni Settanta. E' un uomo che ha iniziato a fare il bandito negli ultimi momenti dell'Italia in guerra. Ha iniziato a rubare e a schierarsi non nella nostra epoca in cui criminali sono fortemente condizionati dal cinema. Centinaia e centinaia di imbecilli siciliani e mafiosetti imitano Scarface. L'epoca in cui è vissuto lui è quella in cui i criminali erano delle specie di operai del crimine. Il mio personaggio che pure è convinto di esprimersi tramite la filosofia, invece, si esprime tramite le mani. Come un operaio. Muove le mani come un meccanico. Chi è per me quest'uomo? Uno che viene dalla prigione e dalle maceria di un'Italia che non esiste più. All'improvviso si trova nell'Italia degli anni Settanta, dei giovani, improvvisamente e inesorabilmente 'vecchio' e 'pesante'. Si sente un bandito superato…
D: In che senso?
VB: Una volta, da bambino, un giorno che non ero andato a scuola perché mi sentivo poco bene venne a bussare alla porta un vecchietto che vendeva della lenzuola. Era pieno di dignità, ma era anche poverissimo. Aveva uno sguardo buono e - evidentemente - si verognava un po'. Mi disse che voleva parlare con mia madre che era in cucina. Tornata dopo avergli comprato delle lenzuola, la mamma mi chiese se sapevo chi fosse quell'uomo. Scoprii così che era stato il bandito più pericoloso della valle dove abitavamo e - dopo avere fatto trenta anni di galera per avere ucciso un carabiniere - era uscito di prigione povero in canna: per mantenersi vendeva le lenzuola porta a porta. Era un essere umano che aveva perso tutti i treni incluso quello della criminalità. Nessuno avrebbe fatto un film sulla sua storia, nessuno l'avrebbe mai imitato…Un criminale - in genere - ha un'identità molto fallica: nel caso di quell'uomo no, nel caso del mio personaggio nemmeno…Maragon, l'uomo che interpreto, conserva un bel ricordo perfino degli anni della prigione. Perché i preti che insegnavano là erano riusciti perfino a farlo sentire intelligente.
D: Eppure i ragazzi considerano Maragon un uomo 'arrivato'. Come ha mantenuto questo equilibrio sospeso tra un senso di vanità e di disperazione…
VM: Ingenuamente avevo chiesto a Guido una scena in cui Maragon potesse esprimere il proprio carisma tramite l'affermazione del potere. In realtà ci siamo, poi, inventati un segno che pur lasciando intatto l'aspetto da contabile, era forte agli occhi del pubblico: una forte cicatrice sotto l'occhio in cui è sepolta una traccia di violenza.
D: Un altro elemento molto forte è il gioco di 'prova a prendermi' che lei crea con Valerio Mastandrea. Come è nato?
VB: Il carabiniere interpretato da Valerio è un altro personaggio che viene dal popolo. In quel mondo lì dove tutto gira attorno alla spinta innovativa del 1977, sue gruppi sono rimasti indietro: guardie e ladri. La cosa bella è che con Valerio sono riuscito a portare avanti un gioco di sottintesi. Abbiamo creato uno scambio di sguardi dove c'è una gara continua a chi coglie in maggiore profondità il pensiero dell'altro. Un'esperienza molto ricca…
D: Non crede che entrambi offriate tramite la vostra recitazione forme differenti di insolenza?
VM: Verissimo…Valerio crede di essere condannato alla contemporaneità, mentre io credo che tutti e due siamo attori la cui fantasia affonda nel passato. Il nostro mondo è vivo, ma è anche fatto di vecchi in bianco e nero. Il nostro dialogo nasce sul fantasma della coscienza che c'è.
D: E' vero che lei sta per esordire alla regia?
VM: Dopo una certa riluttanza portata avanti per qualche anno ho ceduto alle lusinghe di Massimo Chiesa che produrrà prima un film a basso budget che inizieremo a girare presto a Genova e - poi - una pellicola intitolata The Kitchen ispirata al lavoro dello scrittore inglese Arnold Wexler.

Valerio Mastandrea
D: Dopo avere fatto il poliziotto nel thriller "Il sole negli occhi" con Fabrizio Gifuni adesso lei torna carabiniere in "Lavorare con lentezza". Due figure di uomini seri e attenti, due veri investigatori. Lei è sempre credibile in questi personaggi. Si tratta di fascino della divisa?
Valerio Mastandrea: No, tutt'altro. E' solo un fatto di scrittura. Andrea Porporati e Guido Chiesa hanno dato a questi personaggi una complessità che consente addirittura di tacere. Tutto sta nel come viene concepito un personaggio. Nel film con Gifuni interpretavo, però una persona più consapevole. Questo carabiniere è un burattino che crede di essere il burattinaio.
D: Lei connota i suoi personaggi di una grande dignità. Una cosa che spesso non capita nelle fiction televisive…
VM: Il linguaggio della macchina da presa varia da produzione a produzione. Nelle fiction televisive ogni personaggio risponde a rigidissime regole drammaturgiche. Il mistero e la voglia di saperne di più che uno può avere nei confronti dei ruoli che sceglie, spesso, non si può dare, perché non hai tempo. Al cinema e a teatro lo puoi fare un po' di più…
D: Un altro elemento interessante è il fatto che i suoi ruoli sono connotati sempre da una grande umanità rendendoli simpatetici con il pubblico…
VM: Eppure era una cosa che non desideravo fare. Volevo, piuttosto, sottrarre ogni forma di umanità a questo ruolo. Per colpa dei miei occhi e del mio stile di interpretazione non ci sono riuscito. E' un qualcosa che spesso dipende dai rapporti che si stabiliscono sul set. Parlando con Valerio Binasco, una volta mi ha detto: "sono un attore che si autoriferisce tantissimo. Un interprete che usa se stesso per 'portare in giro altre persone'. E' una cosa assolutamente necessaria. Con una tecnica più consapevole, forse, avrei potuto togliere un bel po' di umanità a questo carabiniere fino a farlo esplodere. Personalmente cerco di mantenere un occhio critico nei confronti di quello che faccio.
D: Adesso lei sta girando un film ancora una volta diretto da Daniele Vicari con cui aveva già girato "Velocità Massima"…
VM: E stiamo portando avanti un lavoro massacrante. Spero di ottenere il risultato che voglio con questa interpretazione. Per me si tratterebbe di un passo avanti straordinario nei confronti della mia professione.  
D: E' un po' di tempo che i suoi personaggi sono un po' più cattivi…
VM: Né cattivi, né buoni: direi piuttosto borderline. Anche da spettatore percepisco il fascino del poco rassicurante. Mi piace vedere, sia al cinema che a teatro, personaggi che disprezzo e che eppure mi affascinano. Amo le sfumature e non mi piacciono i cattivi stereotipati.
D: Come si è trovato nel confronto serratissimo con Binasco e nel vostro duello di sguardi?
VM: Valerio Binasco è uno dei più grandi in assoluto. Fabrizio Gifuni pure. Dipende dalle storie che si raccontano. La recitazione a due mi piace da morire, l'importante è farla con qualcuno che ti insegna qualcosa come questi duwe grandi attori.

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