|
|
KATAWEB 
04.09.2004
La battaglia di Guido Chiesa
Dal "Partigiano Johnny" a Radio Alice: c'è un filo rosso di "liberazione" dietro al percorso che ha portato Guido Chiesa a realizzare "Lavorare con lentezza - Radioalice 100.6 MHz", il primo film italiano a passare nel concorso principale alla Mostra del Cinema di Venezia ed accolto con applausi ieri sera all'anteprima per la stampa. La storia, interpretata dagli esordienti Tommaso Ramenghi e Marco Luisi insieme a Claudia Pandolfi, Valerio Mastandrea e Valerio Binasco, racconta la nascita dell'emittente del movimento bolognese che praticava una politica basata sul non-sense, sullo sberleffo e sulla "comunicazione" orizzontale, per arrivare all'escalation degli scontri di piazza che, l'11 marzo del '77 vedranno la morte del 25enne Francesco Lorusso, un militante di Lotta continua colpito in pieno petto da un carabiniere. Abbiamo incontrato Guido Chiesa, ecco cosa ci ha detto del suo film:
Domanda: A Bologna negli anni '70
Guido Chiesa: "Lavorare con lentezza" non è un film su Radio Alice ma ha solo la sua storia sullo sfondo. E non è un film sul '77. E' un film che si svolge in quell'anno a Bologna, una città dove il movimento visse un'esperienza molto diversa dal resto d'Italia. Il '77 bolognese fu diverso da quello romano, milanese, torinese. Una prima esigenza è stata raccontare gli anni Settanta in un modo diverso da quello che è la vulgata corrente, cioè come anni in cui c'erano solo piombo e stragi. Gli anni Settanta sono stati anni di grande energia e trasformazione che riguardò in prima linea le donne e in secondo luogo i giovani proletari, i figli della classe operaia. Queste due forze trasformarono profondamente la società italiana. Il figlio di un operaio prima di allora aveva il destino segnato: sarebbe diventato un operaio, dopo no: avrebbe potuto diventare un fumettista, un musicista. L'idea del rifiuto del lavoro ebbe come risultato che milioni di giovani abbandonarono l'idea che lavoro fosse solo la fabbrica la catena di montaggio.
D: La lotta delle donne
GC: Un movimento che inizia nel '68 ma che per tutti gli anni Settanta si rafforza: pensiamo alla vittoria del referendum sul divorzio, la discussione sull'aborto e soprattutto il recupero della centralità di un corpo opposto al profitto.
Domanda: Radio Alice e il movimento
GC: L'esperienza di Radio Alice mi sembra di grande attualità. La radio emerse in quegli anni per la sua capacità di essere trasversale e collettiva, anche grazie all'uso del telefono - furono tra i primi ad usarlo in diretta - creando una sorta di comunità in cui tutti potevano partecipare al dibattito. L'idea non era stendere un progetto per prendere il 'palazzo d'inverno' ma conquistarsi la felicità adesso senza rimandarla a una rivoluzione che chissà quando sarebbe avvenuta, magari con uno scontro militare. Quelli che credevano nello scontro militare continuarono su quella strada rallentando molto il movimento, con responsabilità anche del movimento stesso, affossando quella stagione. L'unione letale di Stato e brigate rosse fece sì che quella stagione si chiudesse molto in fretta.
D: Dov'è questa felicità?
GC: L'idea della felicità sganciata dal profitto è un'idea di grande attualità. E' stato calcolato che oggi un giovane ha un'attesa di centomila ore di lavoro nella vita secondo un calcolo dell'Onu, più del doppio degli anni Settanta. E' vita questa? I bisogni primari e secondari sono stati soddisfatti, ma la felicità? Il tempo libero è impiegato unicamente nella spesa dei soldi che hai guadagnato nel tempo lavorativo che grazie all'informatizzazione invade tutti gli aspetti della vita. Vai in vacanza e il cellulare ti insegue. Il tema di riconquistare la propria felicità adesso mi sembra di estrema attualità ed è una dell parole d'ordine del movimento Negli anni Settanta c'erano vecchi simboli e slogan mentre adesso siamo più liberi. Cerchiamo di rifar circolare queste ideee.
D: Cinema e società
GC: Starei attento ad affidare al cinema un compito che la società dovrebbe avere: raccontare ai giovani un periodo storico. Il film è un oggetto lanciato nella società per vedere cosa succede. Se incontriamo i desideri, gli interessi dei giovani, bene. Credo che sia un oggetto e non a caso è un film di storie che si intrecciano in cui tutti gli spettatori vedranno quello che vogliono. Non abbiamo un messaggio da lanciare ma il desiderio di riportare certi temi all'attenzione. Cerchiamo anche di mostrare i limiti di quella esperienza: un personaggio come quello di Pigi che esalta la coppia libera ma non la sa vivere, il velleitarismo della radio stessa, non nascondiamo il fatto che si sparava. In questo senso non vogliamo dire che fu un'età dell'oro rispetto a oggi. Allora circolavano certi discorsi vediamo se sono ancora di attualità.
D: Venezia
GC: Io non sarei venuto a Venezia, è stata la casa di produzione Fandango che ha insistito. L'esperienza del "Partigiano Johnny" è stata per me choccante, fui investito di domande e attenzioni che non mi aspettavo e che poi non ho mai riscontrato nel pubblico nelle proiezioni con gli spettatori. In anni recenti è capitato che film andati male a Venezia siano poi andati benissimo nelle sale. Pensate al film di Piccioni 'Luce dei miei occhi' e poi 'Un viaggio chiamato amore' di Placido. Io ero un po' perplesso, sapevo che il film era piaciuto a Mueller ma che fosse stato selezionato per il concorso è stata una sorpresa. A quel punto non ho più fatto opposizione.
D: Global, si o no?
GC: Partecipare a global beach e venire in concorso alla mostra non è in contraddizione, rientra nel grande meccanismo massmediologico di cui tutti facciamo parte. Naomi Klein va in televisione. Non credo che si possa fare una battaglia fuori dal sistema.
ARTICOLI 2004
|