ROMA - Valerio Mastandrea, L'odore della notte (Claudio Caligari) o Domani (Francesca Archibugi) hanno fatto giustizia dello stereotipo romanesco e del cliché dell'attore "naturale" di poche sfumature? Esigente ed esclusivo, lui che è nato nel salotto di Costanzo è considerato "non televisivo" ma al contempo permangono resistenze opposte. Troppo o non abbastanza popolare. "Ho uno sguardo molto critico su me stesso e ho preso le distanze dal personaggio unico che ho vestito troppe volte. Ma spesso la mia richiesta di crescere non è ricambiata dall'offerta. Devo molto a Daniele Vicari e a Velocità massima. Non ero il solito romano di periferia".
Modello Sordi, il romano che sembra buono ma buono non è?
"Le sceneggiature di Sordi sono bibbie per il mio mestiere. Nella Grande Guerra c'è il romano più bello mai visto al cinema".
Allora c'era intesa tra cinema e società.
"Adesso c'è proprio un baratro. Rifare I soliti ignoti sarebbe impossibile anche se ci provano tutti: il ladro che ruba per mangiare? Forse con gli extracomunitari".
Per un attore è un bell'handicap la difficoltà del cinema a sintonizzarsi sul mondo che lo circonda.
"Ma proprio per questo più vado avanti e più capisco perché faccio questo lavoro. Un lavoro di studio continuo, e non mi riferisco alla dizione anche se dovrei curarla di più, ma alle persone, alla società, alla cultura del paese".
In Gente di Roma di Scola mette insieme l'indolenza simpatica del romano con una vena di cattiveria.
"Secondo la scuola dei cattivi veri, Scola come Monicelli e Risi".
Altra variazione: il poliziotto ambiguo nel Siero della vanità.
"Un vero pezzo di merda, un miserabile, un prodotto dei nostri tempi. Ma ho dovuto forzare Alex Infascelli che non mi vedeva così, anche lui condizionato dallo stereotipo. L'equivoco della mia naturalezza: io non sono mai stato me stesso".
Come ha iniziato?
"Liceo scientifico e università, lingue, mi sono fermato dopo due anni. A 19 anni ho scritto a Maurizio Costanzo, volevo andare a raccontare i fatti miei. M'hanno chiamato. Un'esperienza che non rinnego, ho toccato con mano le potenzialità televisive. Un passaggio utile a farmi allontanare da quel periodo della vita mia ragionandoci. Avevo fatto il botto, mi sono messo paura, attacchi di panico. Da lì ho cominciato a scrivere e a recitare questo testo al teatro Argot di Roma. Era il '93. Però più vado avanti e più cerco di non andarci in tv, più cresco e più mi spaventa. Vado ai programmi di Paola Cortellesi. Mai più a parlare di me. L'ho fatto da pischello, avevo meno filtri in testa".
Quanti anni ha?
"Trentadue".
Non le hanno offerto serie poliziesche?
"Un po' mi hanno cercato".
Distretto di polizia?
"Anche".
E non si è pentito di aver detto no?
"No, o forse sì".
Il principio non dovrebbe essere che l'attore deve esserci, deve fare, che non può stare fermo ad aspettare il capolavoro?
"Devo poter dire le cose che voglio dire. È il meccanismo intoccabile che mi tiene lontano dalla fiction".
Ma la fiction è oggi quello che era una volta il cinema popolare. Come fa un attore a non adeguarsi?
"Se fosse così sarebbe triste. Un cinema popolare si può fare ancora. Perché anche i trentenni di Tor Bella Monaca si sono identificati con L'ultimo bacio se è una storia dell'Olgiata?".
E' stato bravo Muccino.
"Muccino giustamente descrive quello che conosce. Ma una storia d'amore popolare con problemi di mancanza di lavoro e di precarietà sociale, come fanno gli inglesi, qui l'ha mai vista?".
Popolare in questo senso no, ma Muccino ha dimostrato che il cinema può ancora parlare a tanti.
"Non è che a me piaccia essere di nicchia per forza".
Ha fatto Rugantino al Sistina.
"1400 persone ogni sera, 253 repliche. Ma a teatro, con Stefano Benni, ho anche portato una lettura di Pasolini, da Accattone".
Ora è sul set del film di Vicari L'orizzonte degli eventi.
"Mai fatto un personaggio più lontano da me, un fisico nucleare d'estrazione alto-borghese".
Sarà a Venezia in Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, sulla Bologna del '77 e di Radio Alice.
"Sono un tenente dei carabinieri contrario all'immaginario sul conto dei carabinieri. Un uomo meschino, ripiegato sulle proprie frustrazioni, estraneo a quello che succede. Obbligato a occuparsi della sorveglianza delle trasmissioni 'sovversive' e dell'ordine pubblico nei giorni del movimento. Spero di essere riuscito a farlo come volevo. Mi hanno detto che ho fatto un lurido bastardo".
Se non sono romani sono poliziotti, o l'uno e l'altro?
"C'è chi ne ha fatti di più, di poliziotti".
Un personaggio che le sarebbe piaciuto e non hanno pensato a lei.
"Penso piuttosto a registi che non pensano a me. Mi piacerebbe insinuare in loro qualche dubbio sul mio conto. Su di me non è mai stata fatta un'operazione di marketing, e io non mi so vendere. Ma non è che se non lavoro mi ammazzo, in fondo non sono per niente preoccupato".