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   IL MESSAGGERO   

31.08.2004

Il mio cinema a muso duro. Ora cambio tutto

AMA i personaggi irrisolti, il silenzio e l’anonimato «per me fondamentale anche se mi accorgo che spesso lo pago a caro prezzo». Valerio Mastandrea è uno così, uno col cinema nel sangue, uno che non ha seguito nessuna scuola, che si mette in gioco ogni volta. Oggi la sfida è di quelle serie. Valerio torna alla Mostra di Venezia, che battezzò il successo, due anni fa, del suo Velocità massima diretto da Daniele Vicari, e scommette sull’ennesimo personaggio scomodo, spiazzante, «un vero e proprio bastardo» lo definisce lui. In Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, primo film italiano a passare in concorso, Mastandrea è il tenente Lippolis...

Dopo il poliziotto del “Siero delle vanità” di Infascelli ora tocca ad un carabiniere “fotografato” in uno dei momenti più caldi della storia politica italiana: la contestazione studentesca dei ’70. Gli anni della libertà sessuale e delle provocazioni culturali di Radio Alice.
«Lippolis è un personaggio poco rassicurante che si muove in un contesto che sembra non appartenergli. Lui è uno indifferente, concentrato sulle proprie ambizioni, privo di redenzione. Vuole rivendicare una posizione sociale e gli tocca correre dietro ad un rapinatore, poi quando sta per acchiapparlo lo buttano da un’altra parte a sedare la rivolta di Bologna».
Dunque un frustrato, un irrisolto, quei personaggi che ama tanto...
«Sì, forse perchè mi è assolutamente estraneo. Lippolis gestirà l’ordine pubblico a modo suo. Tutti quelli del movimento, secondo lui, sono dei teppistelli che si fanno le canne e rompono le palle».
Lei era troppo giovane all’epoca, ricorda qualcosa?
«Diciamo che le lotte le ho vissute dentro casa. Mia madre era un’attivista, ho negli occhi qualche manifestazione. Ma ciò che io chiamo l’“educazione” dello scendere in piazza, quella sì, l’ho metabolizzata, fa parte di me. Ci credo».
Cosa vuol dire per Valerio Mastandrea tornare alla Mostra di Venezia? Crede che vetrine di lusso come questa siano ancora importanti per il cinema?
«Partecipare al Festival mi inorgoglisce, sono rimasto un idealista, nel senso che non credo alla Mostra del Cinema come ad un evento di mercato ma di cultura. Ci sono selezionatori che giudicano autori, tematiche, idee, tendenze, e tutto questo è bellissimo, rigenerante».
Dolore, tormento d’amore, male di vivere, handicap. Questi i temi più importanti presenti nelle pellicole italiane in questa edizione della Mostra. Insomma, c’è poco da ridere. Cosa ne pensa?
«Credo che il pubblico non voglia solo questo. Ma se si crede ad un festival bisogna anche avere fiducia nel punto di vista di autori, sceneggiatori, registi che scavano nel sociale, vanno a cercare ciò che è nascosto tra le pieghe e lo propongono al cinema anche con una buona dose di coraggio. La commedia? A me manca da morire».
Eppure non è una commedia neanche il film che sta girando in queste settimane, “L’orizzonte degli eventi”, che la vede ancora in tandem con il regista Daniele Vicari. Di cosa si tratta?
«Racconta di un giovane scienziato impegnato in un progetto “scientifico” molto importante. Il set si trova all’interno del Laboratorio Nazionale del Gran Sasso, all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare. Questo film per me sarà una svolta vera».
In che senso?
«Inizio una fase nuova e c’ho una rabbia dentro enorme perché lavoro in tante direzioni ma con nessuna arma attoriale che sento veramente mia. Una frustrazione ma per me, oggi, un passaggio obbligato. Il protagonista del film non è del mio mondo, è un borghese che non parla come Mastandrea. Uno che ha sempre castrato le proprie emozioni, non ha mai approfondito i rapporti, ha preso qualche botta ma reagendo sempre con distacco. Ha una grande passione per il suo mestiere ma un errore, un solo errore, fatale, lo catapulterà in una zona oscura. Improvvisamente capita qualcosa che gli farà cambiare il modo di intendere il mondo, la gente. D’altronde uno nun pò fa’ er vago tutta la vita».
E’ ottimista? Nascerà un nuovo Mastandrea?
«In questo momento ho una gran paura, perché mi sono “stuzzicato” troppo. Ma alla fine, credo che sì, ce la farò anche stavolta».

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