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   IL GIORNALE DI BRESCIA   

31.08.2004

Radio Alice, i colorati anni di piombo

Attacchi politici? «Speriamo ci siano». Guido Chiesa, in concorso ieri alla 61ª Mostra del cinema con «Lavorare con lentezza», dedicato all’esperienza bolognese di Radio Alice, chiusa nel ’77, risponde con ironica franchezza.
«Anche se non c’è alcun interesse da parte nostra nello scendere nell’agone politico contemporaneo, questo film racconta un’esperienza straordinaria, come quella della radio di Bologna, del "maodadaismo" e dell’utopia di quei ragazzi contro la logica del lavoro, specie operaio. La logica del profitto - ha detto Chiesa - e venti anni di capitalismo selvaggio e globalizzato sono la causa di quello che accade oggi in Iraq e nel resto del mondo. Non ci sono antidoti, e uscire da questa logica che ci priva della felicità sarà difficile. Un film che invita a non lavorare è eversivo».
Il regista, che l’altra sera ha chiesto un minuto di silenzio prima della proiezione per le vittime della strage in Ossezia, e la cui conferenza stampa è stata interrotta da un’incursione degli «intermittenti», ovvero i lavoratori precari francesi dello spettacolo (del resto, di lavoro si parlava...) ha ricordato i dati dell’Onu: «Nel 1930 ad un lavoratore nella vita media spettavano 70mila ore di lavoro, negli anni ’70 40mila e nel 2000 100mila, e tutto questo a prezzo della felicità, in cambio di stress, ansia, competizione a tutti i costi».
I giovani capiranno? «Il film è a più livelli, a loro magari le canzoni di Patti Smith non diranno nulla, ma altri momenti del film sì».
La scena conclusiva ad esempio, quella degli scontri tra polizia e manifestanti, con la comparsa persino di un tristemente evocativo estintore. «Quella scena ricorda Genova, è vero - aggiunge Chiesa - ma non era voluta».
Radio Alice non era come tutte le altre, dava voce a tutti, era democratica e molto meno politicizzata di Onda Rossa, ad esempio, o Città Futura. «Era una radio libera anomala, organizzata orizzontalmente e non verticalmente come le altre. Oggi la sua eredità è nella rete, infatti molti di loro ci lavorano, anche perchè l’intuizione che avevano avuto, ossia che la comunicazione sarebbe diventata il terreno di scontro nel futuro, era giusta». Del resto Bologna non era Roma o Milano dove lo scontro fisico generò tragedie.
E nel film con l’allegria fricchettona dei ragazzi di Bologna nel ’77, meno duri e meno puri dei metropolitani di Roma, Milano e Torino, si recupera un po’ di colore nel grigio di quegli anni di piombo, rappresentati meno cupi di come sono passati alla storia. «A Bologna il Pci era radicato, divenne quasi un garante, per questo credo che la scelta di far sparare a Bologna - dice il regista ricordando la morte di Francesco Lo Russo - non fu casuale».
Nel film compare anche Bifo, Franco Berardi, che fu anima di Radio Alice e uno dei leader del Movimento del ’77: interpreta un silenzioso avvocato. Valerio Mastandrea è invece il tenente Lippolis, la quintessenza del carabiniere frustrato. Chiesa e il collettivo di autori Wu Ming hanno scritto il ruolo pensando a lui, «perchè Valerio ha uno spettro interpretativo molto ampio». Per Mastandrea (che fino alla fine di settembre è sul set di "Orizzonte degli eventi" di Daniele Vicari), «interpretare il tenente è stato un trauma psicologico. È convinto di essere un uomo di potere, invece è parte di un ingranaggio più grande di lui». Con lui, ieri al Lido gli altri attori ma non Claudia Pandolfi, ammalata. Qual è stato il contributo dei Wu Ming? «Innanzitutto - conclude Chiesa - lavorare con loro, che sono cinque, ha contribuito a demolire il mio egocentrismo. E poi hanno aggiunto quell’ironia sottintesa che volevo dare al film».

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