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   CORRIERE DELLA SERA    

13.08.2004

Porto a Venezia i sogni del '77

Guido Chiesa e la nostalgia di «Lavorare con lentezza»: «Bastava la musica per liberare la mente di noi ragazzi»

Lavorare con lentezza di Guido Chiesa, a settembre in gara a Venezia per il Leone d’oro, è un film «per tutte e per tutti». E se la definizione pare un po’ generica, ecco che il regista - torinese, 45 anni, già apprezzato alla Mostra del 2000 con Il partigiano Johnny - la precisa meglio. La sua storia, spiega, si rivolge a «quelli che un giorno di ferie in meno è un giorno di fatica in più. Quelli che non gli batte il cuore quando risuona l’Inno di Mameli. Quelli che hanno perso il filo e il segno eppure vanno avanti. Quelli che pensano che non ci sono stranieri. Quelli che preferiscono l’ironia alla nostalgia. Quelli che...». L’elenco scherzoso, sulla falsa riga di una celebre canzone di Enzo Jannacci, continua. «Perché una riflessione sul lavoro, su come è cambiato il nostro modo di viverlo negli ultimi 30 anni, è qualcosa che riguarda davvero tutti», avverte Chiesa. Lui ci prova partendo da lì, da quegli anni ’70 affollati, confusi, formidabili. Anni pieni di idee, di sogni, di slogan audaci e imperiosi come massime filosofiche. «Lo stesso titolo del film altro non è che la sigla di Radio Alice - ricorda il regista che firma la sceneggiatura con il collettivo di scrittura Wu Ming, già autore del romanzo Q -. La gloriosa emittente bolognese, vissuta solo 13 mesi tra il febbraio ’76 e il marzo ’77, è stata capace di diventare il pittoresco centro di gravità impermanente per i giovani di quello che allora si chiamava il Movimento». Quanto al suo refrain, è opera di Enzo Del Re, singolare figura di cantautore militante, che per compenso chiedeva solo il minimo sindacale di un metalmeccanico. « Lavorare con lentezza senza fare alcuno sforzo. Il lavoro ti fa male. E ti manda all’ospedale», cantava.
Il messaggio, erede del «Metro Bouleau Dodo» del Maggio francese, nel film è raccolto da Sgualo e Pelo (Tommaso Ramenghi e Marco Luisi) giovani proletari metropolitani intenti a scavare un tunnel per svaligiare una banca. Una situazione da soliti ignoti, ma stavolta di mezzo c’è quella radio anarchico-surreale che, captata per caso, cambierà per sempre i loro cervelli e la loro vita. «Radio Alice è stata un unicum nel mondo delle radio libere - precisa Chiesa, già autore nel 2002 del documentario «Alice è in Paradiso» -. Una radio "orizzontale", senza regole né palinsesti né censure, dove tutto accadeva a seconda di chi interveniva. Un flusso spontaneo e trasversale di opinioni e linguaggi capace di coinvolgere e travolgere per il suo modo di "far politica" non politico: dai consigli per risparmiare alle massaie, all’angolo di autocoscienza maschile per gli abbandonati dalle fidanzate, alle indicazioni delle case sfitte da occupare».
Un dito nell’occhio dell’etere scomodo e ingestibile. Pericolosissimo per il potere. Attaccata da destra e da sinistra, Radio Alice chiude. E con lei sembra sparita anche l’utopia che voleva metter al centro della vita non più il lavoro ma la vita stessa, con i suoi affetti, le sue follie, la sua fantasia. «Una modesta proposta sovversiva che faceva paura a tutti - riprende il regista -. Il film vuole ricordare quell’avventura, quella sfida troppo rischiosa per il capitalismo, che rispose innescando un altro modo di lavorare. L’arrivo dei robot e dei computer ha cambiato tutto, ha drasticamente ridotto il lavoro manuale. Allora la fabbrica era davvero qualcosa di usurante. Mio nonno era operaio, quando è morto a 74 anni sembrava un centenario. Oggi la fatica fisica è senz’altro diminuita, ma in compenso è aumentata quella psichica: chiuse le fabbriche, i lavoratori hanno il perso il senso di appartenenza, di solidarietà, sono stati messi gli uni contro gli altri. Il posto di lavoro si è fatto precario, con un tasso di competitività che porta a lavorare di più, sempre di più. Lo stress cresce, il tempo "liberato" non esiste più, e il poco libero che resta devi usarlo per spendere quello che hai guadagnato».
Ma, suggerisce il film, un altro modo di lavorare è possibile. L’audace colpo dei due scalcinati ragazzi non riuscirà, in compenso l’incontro ravvicinato con la Radio e il suo mondo di saggi fricchettoni non sarà stato vano. Né per loro, né paradossalmente per qualcuno che stava dall’altra parte della barricata. Il tenente dei carabinieri Lippolis (Valerio Mastandrea), impegnato per servizio ad ascoltare la pericolosa emittente, ne uscirà anche lui felicemente contaminato.
PROTAGONISTI Nel film, Valerio Mastandrea è un tenente dei carabinieri, mentre Claudia Pandolfi è un avvocato. I due «soliti ignoti» sono Tommaso Ramenghi e Marco Luisi

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