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   IL MESSAGGERO   

05.06.2004

Porterò le mie prigioni a Venezia

«Quando si parla della vita in carcere si tende sempre ad esagerare in un modo o nell’altro. La mia idea è quella di mostrare realmente cosa accade nei quattro metri per quattro di una cella, popolata da persone che hanno provato cosa vuol dire stare dietro le sbarre». Il regista Ivano De Matteo fa sul serio. Così come Valerio Mastandrea, per l’occasione in veste di produttore insieme a Giorgio Formica, che ha provato sulla sua pelle la dura legge della prigione. La loro provocazione diventa realtà tangibile e si trasformerà in un documentario «che speriamo sia ancora in tempo per una possibile selezione alla Mostra del Cinema di Venezia. Sarebbe un piccolo miracolo». Oggi, al centro di Piazza Trilussa, monteranno davanti ad una platea di strada una struttura in plexiglas trasparente, che riproduce fedelmente una cella con tanto di piccolo lavabo, fornelletto, tavolo e letto a castello per una performance dal vivo assolutamente improvvisata che ha inizio alle 18. Titolo, Codice a sbarre .
In quel microcosmo lontano dal mondo, il tempo è scandito da caffè mandati giù a ripetizione, sigarette, partite a carte, chiacchiere su sport e politica, «rigidi cerimoniali, come la pulizia della cella, il pranzo, la cena, il bucato, che ricordano instancabilmente a che punto della giornata si è arrivati. Un secondo di carcere - dice ancora De Matteo - non vale centocinquanta giorni di “tugurio” di un reality show. Ma Codice a sbarre non è certo una risposta alle invenzioni della tv. Qui si tratta di vita che brucia».
Si chiamano Giulio, 48 anni, Ezio, 76 e Adamo, 38, tutti romani e Adel, 39 anni di Tunisi. Generazioni a confronto che, ognuna col suo preciso codice di vita, restituiscono emozioni, insegnamenti: «E’ certo un lavoro di sensibilizzazione il nostro - sottolinea Valerio Mastandrea - ma io, che spesso ho avuto modo di lavorare per e con i detenuti, ogni volta mi sono portato nella mente e nel cuore informazioni indicibili. La persone che vivono in carcere hanno sensibilità e creatività impensabili, una energia incontrollabile. Quando sto lì dentro - dice ancora Valerio - mi sento male, ma poi capisco che non ne ho motivo perché le vibrazioni sono positive: le generazioni si annullano, così come il tempo. Tutto diventa irreale e allo stesso tempo molto più vivo che nel cosidetto mondo dei giusti». I versi su nastro di poesie scritte dai parenti dei detenuti si uniscono a pensieri letti dagli stessi protagonisti del lavoro accompagnati da musiche di Mendhelson e Ciaikovskij. Alle 21 la porta della cella si aprirà «e i detenuti torneranno liberi - spiega Mastandrea - Liberi di parlare con il pubblico, di respirare l’aria di una città che speriamo sempre più aperta».

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