«Una Roma che non c'è più. E uno strano romanesco: oggi con gli sms, le email, ognuno scrive un dialetto tutto suo. Ebbene, è bello vedere come lo scriveva Pasolini allora. Era come un romanesco per sentito dire... In quelle pagine c'è una borgata che non c'è più. Ma anche una cosa che ci sarà sempre: la condizione umana, messa di fronte alla totale assenza di opportunità». Questo, ma anche molto altro, ha trovato Valerio Mastandrea nella sceneggiatura di «Accattone», il primo film girato da Pasolini nelle periferie capitoline, quarant'anni fa. Il merito di aver avvicinato il giovane attore romano alla «vita violenta» di Vittorio, detto Accattone (classica figura di bullo, disoccupato cronico, sfruttatore di prostitute, ladruncolo, fino all'ultima fuga in moto, alla caduta e alla morte) va tutta al fiuto di Stefano Benni. È stato lui a immaginare e scommettere su un Pasolini in jazz, chiamando proprio Mastandrea a leggere quelle pagine, la scorsa estate, al festival di Roccella Jonica. Lì ad improvvisare sul palco c'erano il pianista Danilo Rea e il trombonista Gianluca Petrella. Lunedì 5 aprile l'operazione trova una nuova veste e approda nella Capitale, sul palco dell'Ambra Jovinelli, serata conclusiva del ciclo di concerti «Jazz all'Ambra» che domani ospita Tania Maria (altro articolo in questa pagina).
Il direttore artistico della rassegna, Lele Marchitelli, «ha preso la palla al balzo», dice Mastandrea. Il nucleo musicale cambia, diventa un trio pianistico: con Danilo Rea, altro romano doc il batterista Roberto Gatto. Al loro fianco Miroslav Vitous, contrabbassista praghese, fondatore dei Weather Report, che si è trasferito in Italia. «Vive tra il Piemonte e la Liguria, ma lui è sempre stato in giro per il mondo, tra le isole della Martinica, New York, Parigi, la Svizzera e ancora i Caraibi, mai avuta una residenza vera - ricorda Gatto -. Con lui e Danilo, proporremo musica libera, improvvisata sì, ma sempre tonale, che si muove intorno a canovacci armonici, a pezzi conosciuti».
«Il film lo avevo già visto più volte, era forte. Ma la sceneggiatura lo è ancora di più», giura Mastandrea, classe '72, interprete di alcune tra le pellicole più originali nel giovane cinema italiano, da «Cresceranno i carciofi a Mimongo», a «In barca a vela contromano», a «Viola bacia tutti», ma anche Rugantino in teatro al fianco di Sabrina Ferilli. «Con Accattone sento e leggo un linguaggio della terra. Il vero della verità stessa. Il punto di vista di Pasolini sulla miseria, sull'infamità. Sulle mille cose dell'essere umano quando è di fronte a una realtà dalla quale non può scappare. Mi fa pure rabbia questa cosa - ammette Valerio - Forse perché ho trent'anni, e credo ancora che qualcuno possa farcela, a tirare la testa fuori dalla fogna in cui è stato messo e in cui tutto quello che lo circonda lo fa rimanere. Pasolini non indica alcuna via di uscita. In questo è senza pietà. Mi sarebbe piaciuto chiedergli certe cose…. Ma ora con la lettura di Accattone mi sono, diciamo, rilassato, sento che mi posso avvicinare a questa figura di intellettuale. Forse le risposte le troverò in quello che ci ha lasciato, nei suoi libri, nei suoi scritti».
Una cosa senza pietà. Ma anche una figura, quella di Accattone, che lascia spazio a venature ironiche, alla risata nel dramma. Ne sono convinti sia Gatto (lui che un Rugantino lo ha invece composto in chiave jazz e presentato al Sistina con una big band qualche anno fa) che Mastandrea. E Valerio ammette un sogno: «Chissà se un giorno sarà possibile farne un musical: per me gli ingredienti ci sono tutti, l'ironia, il bullo spavaldo. È da Roccella Jonica che ci penso…».