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KATAWEB 
03.2003
Mutazione avvenuta
Ormai è un programma come un altro, solo un po’ più lungo. «Non cambi mai, non cambi mai, non cambi mai», ha cantato Serena Autieri in duetto con Massimo Ghini, rievocando le Parole parole parole che Mina cantò con Alberto Lupo. La sigla ideale di questo Festival della canzone italiana 2003. Incorreggibile.
«Come mi è sembrato il Festival? Non so che dire, a casa mia non c’è la Tv». Parola di Lilian Thuram, giocatore della Juventus, salito sul palco dell’Ariston per una nobile causa. In attesa di imitare il campione del mondo e trovare modi alternativi per passare le serate, molti italiani hanno cominciato semplicemente a spegnere gli apparecchi (o a preferire i canali satellitari). Lo scarto nei dati d’ascolto tra l’edizione 2002 e quella del 2003 è stato notevole, ma, al di là dei numeri (12.462.000 spettatori nell’ultima serata contro i 15.983.000 dell’anno scorso), l’idea che Zelig, o, peggio, Grande Fratello 3 possano rivaleggiare con il Festival è una svolta epocale. La mutazione è avvenuta: Sanremo è un programma televisivo come gli altri. Solo più ingombrante e lungo: quattro, cinque ore a sera, un’eternità.
«L’amore è quando il peso di due corpi messi insieme invece di sommarsi si sottrae». Così canta Syria, in L’amore è, testo di Jovanotti. I corpi messi insieme da Pippo Baudo erano molti più di due, e tra Festival e Dopofestival non mancava nessuno: cantanti, come è ovvio, e poi sportivi, cuochi, attori, ballerini, vallette cantanti, danzanti recitanti, in una grande rappresentazione collettiva che procedeva per accumulo. I corpi, però, invece di sottrarsi si sono sommati, rendendo pesantissimo il lavoro degli spettatori. Vedere tutta una serata del Festival è diventato insostenibile.
«Io onestamente per il futuro avrei pensato a una specie di Champions League». Così parlò Pippo Baudo, conduttore e direttore artistico. Che il Festival 2003 potesse segnare la fine di un’epoca era una sensazione preventiva forte e diffusa: stupisce quanto i fatti abbiano provveduto a confermarla. Pippo Baudo se n’è reso conto più d’ogni altro. L’idea che il futuro passi per un allargamento dei confini della gara fino a comprendere l’intera Unione europea sembra interessante. Ci penserà Baudo? «Potrei fare il direttore artistico senza condurre», ha detto.
«Il presidente della Rai, Baldassarre, quando fu nominato, disse: "O me, o Panariello". Dai e dai, ce l’ha fatta». È una delle battute del comico Giorgio Panariello. Il nuovo Consiglio d’amministrazione della Rai, annunciato a metà Festival, era nei pensieri di molti. Come quello biposto (Baldassarre-Albertoni) che ha subìto il sorpasso da Mediaset in prima serata. È mancato e mancherà un programma editoriale, una linea, uno straccio di idea. Per anni in Rai non si è parlato che dei dati Auditel, per poi scoprire, quando i numeri si sono trasformati nei più implacabili nemici di questo Festival, che l’ente di Stato ha il dovere di pensare anche alla qualità. Troppo tardi.
«Ho seguito il Festival di Sanremo da bambino. Poi mi sono formato una coscienza musicale. E ho smesso». Valerio Mastandrea, attore romano, componente della giuria tecnica, l’ha detto con candore: il re è nudo. Al Festival manca tutta una generazione, quella dei trenta-quarantenni: Sanremo li ha persi negli anni Ottanta, difficile che possa mai recuperarli. Ma è lo stesso pubblico che ha perso, e sta perdendo, la Tv generalista di oggi.
«Le uniche realtà musicali del momento sono il download da Internet (i sistemi con cui si "scaricano" le canzoni gratuitamente, ndr) e i concerti dal vivo. Il cd è solo uno strumento per farsi conoscere». Il commento è di Dolcenera, vincitrice tra i giovani. È giusto che chi ha vinto tra i giovani giri senza pietà il coltello nella piaga sanguinante dell’industria discografica, che nel 2002 ha perso il 10 per cento del mercato-guida, gli Usa, e che in Italia si è salvata grazie al catalogo, in pratica a Lucio Battisti e compagnia, mentre le novità hanno perso il 9 per cento.
«L’Italia tutta, non solo Sanremo, è un luogo in cui non si progetta, non si inventa più». Finale di Carlo Massarini, componente della giuria tecnica. Si diceva un tempo che Sanremo rappresentasse il Paese reale meglio di ogni altro avvenimento. Forse è vero, e forse ha ragione Carlo Massarini.
ARTICOLI 2003
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