|
|
LA REPUBBLICA 
05.01.2003
Ho paura della TV, sono ormai anni che scappo
ROMA - Due amici avvocati, uno rampante e col fumus iuris di famiglia, l' altro "sfigatello" che gli fa da spalla, si lasciano legare al letto da un' amica, Barbara. Non è un tentativo casalingo di bondage, lei li molla lì e scompare mentre loro, attaccati alla spalliera, sdraiati su un letto che assomiglia a quello dello psicanalista, ascoltano le storie degli strani personaggi che entrano ed escono dalla stanza.
Ma tra i racconti, gli enigmi che emergono in questa specie di Hyde Park Corner condominiale, l' interrogativo di fondo resta uno solo: "Chi è Barbara?". «L' attesa. Che ti fa penare perché ormai ci siamo dimenticati come si sta fermi. La vita, che si scorda di te e va a prendere una boccata d' aria. Più semplicemente, una donna che t' ha dato una buca solenne». Valerio Mastandrea è il protagonista, insieme a Rolando Ravello (« io sono quello con il nodo della cravatta grosso, il borghese che ci tiene alla sua distinzione di classe«) di "Barbara", commedia "da camera", scritta e diretta da Angelo Orlando, musiche curate da Daniele Silvestri e Andrea Moscianese, che debutta martedì all' Ambra Jovinelli di Roma.
"Barbara" è anche un film.
«Si, quattro anni fa è uscito in sala per 48 ore, l' hanno visto in sette, poi se ne sono perse le tracce. Peccato, c' eravamo divertiti a girarlo. Pochi soldi, chiusi tra quattro mura. Mi dispiaceva che l' idea andasse in fumo, e dopo Rugantino, volevo fare un po' di teatro piccolo. Barbara è una commedia dove si ride ma dentro, come in tutti i lavori di Orlando, c' è una pasticchetta di cianuro. A voler parlar difficile "Barbara" è una critica alla società occidentale e alle sue ossessioni: il sesso, la carriera, il denaro».
E la politica?
«Le persone che entrano e escono dalla stanza sono simboli, però i due sdraiati sono avvocati e dunque si parla di "casi celebri". Anche di Tangentopoli».
I maschi perdono la faccia?
«Forse, perché certo Barbara non gli fa fare una grande figura. Ma Barbara è anche sogno e illusione, per cui tutto si rimette in gioco».
Da Rugantino a Barbara, e il cinema?
«In "Nido di vespe" mi sono sfogato. Ho sparato a destra e a manca, che soddisfazione. Adesso aspetto. Vorrei andare avanti, però ci vuole qualcuno che me lo suggerisca».
Sarebbe?
«Fare cinema è sempre più difficile. Ogni volta che mi dicono: hai girato 23 film, io rispondo che no, sono stati sei o sette. Il resto erano particine. Quando t' accolli un film lo fai con tutto te stesso. Come "Domani" della Archibugi o "Velocità massima" di Daniele Vicari» Mastandrea è morettiano o mucciniano?
«Sono monicelliano. Mi sento uno de "La grande guerra" o dei "Soliti ignoti". Moretti mi piace molto, Muccino non è nel mio stile e io, probabilmente, non sono nel suo. "Compagni di scuola" l' ho molto apprezzato anche se il Mamiani, come liceo, era lontano mille miglia dalla mia esperienza di studente. Di Moretti ho condiviso la recente voglia di uscire allo scoperto, a parte i girotondi che per i miei gusti sono troppo "leggeri". Uno che per anni è stato rinchiuso nella Sacher~ buttarsi in piazza è stato un gran gesto»
Lei ha lavorato con Asia Argento che ormai è una diva americana
«Ma quale diva! Per me è un' amichetta. Non riuscirò mai a pensarla come una star».
Ha iniziato la sua carriera al Costanzo show, cosa pensa della tv?
«Sono tre , quattro anni che mi sottraggo ai contatti troppo ravvicinati. Sono stato da Gianni Morandi su RaiUno perché mi ha invitato Paola Cortellesi. Avevo una fifa tremenda. Quando non sono su un set o su un palcoscenico mi prende il panico. L' unica cosa che vorrei fare è scappare. La tv mi fa star male, ne intuisco il potenziale ma capisco anche che qui da noi è usato malissimo».
La sua "romanità" è un problema?
«Il mio è l' italiano parlato da un romano, d' altra parte solo i doppiatori parlano senza regionalismi. Il mio accento racconta una storia. Me ne vanto».
ARTICOLI 2003
|