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2002

Una voce fuori dal coro

Il volto un po’ scavato a causa dei ripetuti impegni per promuovere Velocità Massima, Valerio Mastandrea parla lentamente, con marcato accento romanesco, sostenuto da una tazzina di caffè. Ma sembra essersi lasciato definitivamente alle spalle l’aria da borgataro e da macchietta da talk show. E, forse, qualcuno finalmente lo prende sul serio anche quando parla di cose serie.
Ha cominciato la carriera di attore quasi per gioco, nel ’94. Oggi è al suo 23esimo film, in concorso alla Mostra di Venezia, nel ’96 ha vinto il premio come Miglior Attore Protagonista al Festival di Locarno e ha calcato anche le scene di molti teatri italiani. Velocità Massima non ha sedotto la bellissima Gong Li e gli altri membri della giuria, ma ha comunque ricevuto molte lodi da critica e pubblico, con non poche menzioni particolari per l’attore romano.

Per la prima volta a Venezia con un film in concorso. Cosa si prova?
Anche a Locarno ero in concorso con Tutti giù per terra, per cui ottenni il premio come miglior attore protagonista (nel ’96, ndr.). A Venezia partecipai fuori concorso con L’odore della notte nel ’98 e Palermo Milano solo andata nel ’96. Questa volta però è diverso. Il film è stato molto bene accolto sia dalla critica sia dal pubblico.
A Venezia hai avuto modo di incontrare qualche star internazionale del cinema?
No. Ho incontrato le guardie del corpo di Harrison Ford e altri, che sono gente di Roma che conosco. Poi non volevo vederle. Soprattutto le donne così belle e irraggiungibili è meglio non vederle. Sono quelle donne che è meglio non guardare mai in faccia, ma magari le fissi solo una spalla. Fanno paura. Ho incontrato, invece, un grande, Peter Mullan, ma mi vergognavo tanto, che non ho osato ringraziarlo per il suo lavoro.
Con quale regista ti piacerebbe lavorare oggi?
È una domanda che mi hanno posto spesso. È impossibile prevedere con quale regista ti trovi meglio. L’importante è lavorare in buoni film. Ma mi piacerebbe lavorare con Gianni Zanasi (Nella mischia, A domani, ndr.). Spero che lo legga e non si offenda se dico questo. Trovo istruttivo lavorare poi con grandi maestri come Olmi e Bellocchio. Il mestiere delle armi di Olmi mi è piaciuto moltissimo. Gli americani chissà cosa avrebbero realizzato con un soggetto del genere.
Quali film guardi più volentieri?
Guardo di tutto. Come ascolto qualsiasi musica. Scelgo in base all’umore, alla presenza di alcuni attori e per gli autori. I film di Sean Penn e Tim Robbins vado subito a vederli e così vale per quelli di David Mamet. Si impara sempre qualcosa. Ma anche le cazzatone mi piacciono ogni tanto, scusa se te lo dico così. L’Uomo ragno sono andato a vederlo, ma dopo mezz’ora ho lasciato.
Sei uscito dalla sala?
No, no, ho lasciato de’ testa. Comunque mi piace anche il cinema italiano. Soprattutto opere prime. Se mi sbrigo e arrivo in tempo, perché sai dopo due giorni vengono colpite alla nuca. Spariscono dalle sale.
Speriamo che Velocità massima rimanga nelle sale a lungo.
Il fatto che è stato ben accolto a Venezia può aiutarlo. Non mi ha mai interessato avere un riscontro positivo al botteghino, ma il film lo merita.
Stefano, il protagonista di Velocità massima, ti assomiglia?
Stefano è uno che ha assunto delle informazioni dalla società in cui vive e le ha sempre prese per buone: nella vita bisogna fare i soldi e farsi le donne senza concedere loro affetto. Bisogna essere imprenditori di se stessi, sotto tutti gli aspetti, anche nei rapporti umani. Questa è la sua filosofia. Io non sono così. Io sono molto emotivo.
Con le donne hai lo stesso atteggiamento di Stefano?
No. Ma quando ti tormenti per una relazione ti piacerebbe essere una macchina. Strategie di comportamento con le donne non ne adotto. Da un lato può essere un limite, dall’altro è una forza.
Per preparare il tuo personaggio hai frequentato il mondo delle corse clandestine?
No. Non ho compiuto operazioni stanislaskiane. Mi sono basato solo sulla sceneggiatura e le indicazioni di Daniele Vicari.

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