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IL MESSAGGERO 
24.10.2002
Corro in auto clandesinamente ma amo solo la velocità di pensiero
«Ho accettato questo ruolo perché non mi piace. Il personaggio mi sta cordialmente antipatico. Non mi è affatto entrato dentro e certamente non ragiono come lui». Valerio Mastandrea, sul set di Lungo la strada, parla di Stefano, il meccanico che interpreta nel film di Daniele Vicari. Dopo il documentario "Sesso, marmitte e videogames", il regista torna ai motori, con questa pellicola (prodotta da Fandango con Medusa) che racconta le giornate di chi vive con la passione delle corse clandestine.«Ma», dice Valerio Mastandrea, «non è il fatto che il mio personaggio si muova in un ambiente fuori dalla legge a non piacermi. Piuttosto, non amo che sia un uomo a metà: né buono, né cattivo. Mente, per esempio, ma lo fa soltanto perché è pavido, o perché pensa di non avere argomenti reali da proporre per ottenere quello che vuole. Fa quasi pena, non è un perfido vero».
Ogni venerdì sera, nella realtà, i patiti delle corse clandestine, che si sfidano a 300 all'ora sulla via Cristoforo Colombo, si danno appuntamento all'obelisco littorio di Piazza Marconi, all’Eur di Roma, proprio dove è allestito il set per le scene notturne più importanti.
Valerio Mastandrea (che sarà al festival di Torino con il film di Andrea Purgatori "Sole negli occhi") è nei panni del meccanico fissato con le automobili, convinto di aver trovato nel diciottenne Claudio (l'esordiente Cristiano Morroni) un talento dei motori e delle gare. Il meccanico spingerà il ragazzo a entrare nel mondo delle corse clandestine, per dare del filo da torcere allo storico rivale Fischio. Sarà però l’amore per Giovanna (Alessia Barela) a cambiare le carte in tavola.
Di questo mondo fatto di gare notturne in automobile, Valerio Mastandrea non sapeva nulla: «Non sono appassionato di corse, ma — afferma l’attore romano — non ho nessuna intenzione di giudicare questo ambiente. Certo, so bene che ogni tanto chi gareggia si fa male, ma so anche che la maggior parte degli incidenti stradali accade per altre ragioni. Se amo la velocità? Sì, ma quella di pensiero. Paura che il film crei emulazione e si mettano tutti a correre con la macchina? Assurdo, se ragionassimo così non faremmo più i film con gli omicidi. E poi, per una pellicola che parla di gare in automobili cosa vi aspettavate, "A spasso con Daisy"?».
ARTICOLI 2002
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