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GQ 
10.10.2002
Velocità Massima
Che il pubblico faccia il tifo per lui lo si è visto alla Mostra di Venezia, con la sala che applaudiva alle battute del suo personaggio di Velocità massima. Che poi la parte femminile del pubblico abbia per lui un debole si sa, almeno da quando qualcuna scoprì quella sua somiglianza con George Clooney («Ma va'...»). A 30 anni, Valerio Mastandrea, l'ex ragazzo che esponeva i propri disagi al Costanzo Show si permette ancora qualche inquietudine da sognatore post adolescente. Sempre in sospeso tra grande successo e piccoli ruoli, tra timidezza e strafottenza: abbiamo chiesto a lui stesso di descriversi, professionalmente e umanamente.
Se il cinema italiano esprimesse una classifica come quella del tennis...
«...lo sport che odio di più...».
Perfetto... attorno a quale posizione ti metteresti?
«A metà. Ma forse dovrei stare in una categoria a parte, quella dei tennisti anomali. Non “alternativi”: anomali, quelli che hanno in mente quel che gli piace e cercano di farlo. Tanti cominciano così. Poi, sotto i colpi del denaro, crollano le purezze... Però, finché mi va di resistere (anzi: finché ci va, non mi sento un donchisciotte), non sarò mai scontento delle scelte fatte. In futuro ci potranno anche stare film commerciali, perché no? I Vanzina mica li odio, sanno fare il loro mestiere e da tutti c'è da imparare».
Le tue qualità e i tuoi difetti?
«Un limite: non essere un attore metodico. La tecnica l'ho sviluppata lavorando, mi sarebbe servita anche un po' di disciplina. I grandi attori sono quelli che nonostante abbiano ricevuto a scuola un'impostazione rigida riescono a mettere nel lavoro anche il proprio talento».
Stai dicendo di avere talento, ma che questo non basta...
«Se vogliamo dirla così. Per fortuna, col tempo sono sempre più consapevole del mio lavoro, e questo aiuta».
Se ti offrissero di andare in America?
«Non la sento mia. Uno come me, lì, potrebbe morire: mi pare un Paese dove la timidezza non è tollerata».
Timidezza: una caratteristica personale e anche professionale?
«Sì, forse. Anche questo può essere un limite. Per questo fare Rugantino a teatro mi ha dato molto: cantare e ballare davanti a 1.500 persone... I primi giorni è stato terribile. Alla fine, per fortuna, gli spettatori erano così tanti che è stato come se non ci fosse nessuno».
Una certa introversione è anche caratteristica dei tuoi personaggi. Pensi di esserti creato una maschera?
«Forse, ma non è questo che voglio. O non lo voglio più. Ora cerco personaggi che si espongono. Vorrei parlare di più nei film. Sarebbe anche un lavoro terapeutico».
Terapeutico... sei stato in analisi?
«Per poco, intorno ai 15-16 anni. Conosco casi di terapie durate decenni. Sono un po' diffidente».
Cinema, teatro. E la tv? «Ho lavorato a un telefilm per Canale 5, ma sono lontano dall'accettare una serie televisiva. La tv da noi dice e mostra solo quel che la gente vuole. A me piacerebbe una tv che mostrasse quel che la gente non vuole o non sa. Io, a 30 anni, (i miei 30 anni, non quelli raccontati da Muccino), mi sento ancora confuso, e in cerca di stimoli. E come sono confuso io vorrei confondere la gente, offrire punti di vista non scontati. Quel che mi fa incazzare è pensare al potenziale della tv e a quanto invece ci si accontenti di poco».
Intanto hai un altro film in uscita...
«In Nido di vespe sono finito quasi per caso. È un film d'azione, dove faccio la parte di un superpoliziotto, 14 ore di lavoro al giorno, a Parigi, sparando all'impazzata. Divertente. Però muoio presto. In Velocità massima sono un meccanico ambizioso. Un personaggio meschino, ma si capisce che è un figlio dei nostri tempi, un poveraccio».
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