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IL SECOLO XIX 
02.09.2002
Vicari con Mastandrea nel mondo delle core clandestine
Gare automobilistiche, illegali e sfrenate, dominano la vita di un gruppo di giovani. Non stiamo parlando di Fast and Furious, il box-office americano sulle corse clandestine lungo le strade di Los Angeles ma di un’interessante opera prima italiana ambientata nel quartiere romano dell’Eur e alla periferia di Ostia. Protagonisti un meccanico trentacinquenne e il suo giovanissimo ma esperto assistente. Il primo è assillato dai debiti e divorato dalla smania di fare soldi, il secondo è alle prese con le prime pene d’amore. Questa in poche righe la trama di “Velocità massima”, il film di Daniele Vicari prodotto da Domenico Procacci per Fandango, in concorso a Venezia.
Un’idea nata da un documentario dello stesso regista che descriveva la passione degli italiani per le automobili e che si è avvalsa della "consulenza speciale" di patiti delle gare clandestine e meccanici che truccano le auto. Un film che Vicari ha ammesso di aver scritto pensando proprio a Valerio Mastandrea, che ne è diventato protagonista, non solo perché aveva bisogno di un personaggio che fosse credibile nei panni del borgataro romano, ma anche perché voleva un interprete che riuscisse a restituire la contraddizione di un personaggio tragico e comico al tempo stesso. E Mastandrea non ha deluso le sue aspettative, sfoderando un’ottima interpretazione capace di dar vita a un personaggio sgradevole e affabile al tempo stesso.
Valerio, anche nella vita è sfrenato al volante?
«Macché, più che altro vado in giro in motorino».
Nel film viene fatto un parallelismo tra il mondo delle gare, fatto di competizione, e i legami sociali che si vanno impoverendo. Cosa ne pensa?
«Sì infatti, è una metafora per rappresentare un sistema di valori per cui o sei vincente o sei perdente. E’ un film che parla dei rapporti umani, veicolati da macchine. In un certo modo mostra come funziona una società che è sempre più individualista ».
Il suo personaggio per certi versi è sgradevole ma risulta del tutto perdonabile e riesce a far immedesimare il pubblico e farlo ridere.
«Sinceramente mi stupisce un po’ il fatto che alla proiezione per la stampa il pubblico abbia riso parecchio, perché il mio personaggio non è comico nel senso tradizionale del termine. E’ un personaggio complesso, non risolto, che mi ha affascinato proprio per questo suo essere inafferrabile, perché non riuscivo a giudicarlo. E’ una persona ambigua, che non sa vivere il dolore».
Sceglie spesso registi esordienti come in questo caso Daniele Vicari. Le piace sperimentare nuovi talenti e un cinema diverso?
«Sì anche se io ragiono per istinto, leggendo la sceneggiatura. In questo caso poi avevo voglia di un’esperienza che mi permettesse di crescere e questo era il film giusto. “Velocità massima” è capitato in una fase un po’ delicata della mia vita. Non avevo voglia di lavorare, ma il personaggio che mi proponeva Daniele mi attraeva in una maniera insolita».
ARTICOLI 2002
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