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02.09.2002

Corse clandestine, passione che unisce borghesi e borgatari

VENEZIA - Valerio Mastandrea, ex Rugantino a teatro, uno dei volti migliori del giovane cinema italiano.

Lei torna dopo qualche anno di silenzio...
«Sono stato in crisi, ma poi ho ritrovato la strada di un cinema che forse sta crescendo. Quando ho letto questo copione ho sentito che mi stava dicendo qualcosa, capivo che dovevo farlo, sarebbe stata l'occasione giusta per riprendere. Ho amato il mio personaggio, di cui sono diventato complice al punto che non riesco a giudicarlo».
Ha guidato sempre lei?
«Sì. Un po' di strizza c'era, soprattutto nell'ultima corsa, la più rischiosa. Ho spinto l'acceleratore fino ai 160 km orari e con una macchina da presa sopra che impedisce la visuale. Pensare che io sono un tipo tranquillo, che dò le precedenze e non mi arrabbio mai neppure con i vecchietti. Ma in questo film stavo a guardare e imparare, le comparse erano veri clandestini delle gare e un meccanico mi suggeriva come usare le mani, cambiare le candele, trafficare nella marmitta».
Cos'è la macchina per questo ragazzo?
«Usa l'auto in senso psicanalitico come un prolungamento del proprio sesso. Ma per me è un tipo che ha una visione imprenditoriale dei rapporti umani, si veste bene se deve andare in banca a chiedere un prestito a tassi incredibili. Fa parte di un cinema che mi piace perché è attento alle persone e ai rapporti umani, anche nelle psicopatologie di questi scommettitori che poi sono gente abbastanza normale. E la cosa strana è che questa mania non ha differenze sociali, vi partecipano borghesi e borgatari, è proprio una mania interclassista».

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