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22.08.2002

Io tra gli eroi che sfidano la morte

ROMA - Sposta ogni giorno i confini della propria frontiera. Ma nella sua geografia interiore non c’è spazio per luoghi troppo lontani, per gente che non sia gente «...che prima non gli davi una lira, adesso l’accetti per la spontaneità, perchè è naturale, genuina, e gli dai una pacca sulla spalla».
Studia spicchi di una Roma che ha nel cuore ma che in pochi conoscono («Io, quando viene un mio amico straniero, non lo porto al Colosseo ma in periferia, al Labaro, a Primavalle»). L’appuntamento è alla Garbatella, la sua Garbatella dove è nato a Villa Letizia, dove ha vissuto per anni con la madre e ora «sono riuscito a comprarmi una casa tutta mia». Barba incolta, maglietta timbrata Usa, seduto al tavolino del bar davanti al Palladium in una mattinata afosa di agosto, parla al telefonino col Vichingo («Un tipo assurdo, un mio amico spagnolo. Bello, biondo, è uno che ogni volta mette il timbro. E lo mette davvero il timbro» ride).
Valerio Mastandrea è uno così, uno che con il cinema ha uno strano rapporto («Perchè non sono mai riuscito a "vendere" un mio film, perchè amo il silenzio e perchè è duro ammettere di essere un personaggio pubblico. L’anonimato è vitale»). Uno che finora ha scavato nei suoi personaggi con la tenacia e la curiosità di scoprirsi sempre diverso. «Ma il cinema è una cosa, la vita un’altra. E Daniele Vicari, il regista del mio ultimo film, è uno di quelli che a 35 anni sembra aver capito tutto del suo mestiere. Niente storie d’amore, andiamo a scovare gli individui, vediamo in quali tane vivono. Perchè oggi - dice Valerio mentre dà un tiro alla sigaretta - i ricchi e i poveri non li riconosci più. E lui li va a identificare». Probabilmente sarà il film rivelazione della prossima Mostra di Venezia questo Velocità massima, racconto di corse clandestine a Roma. Di uomini e bolidi che bruciano l’asfalto bruciando anche se stessi «metafora di una folle corsa all’affermazione individuale che alla fine si risolve in una gimcana riuscita e niente più».
Valerio è Stefano, il proprietario di un’officina meccanica: «Un meschino che cerca di arrivare a piccoli passi verso un riconoscimento qualsiasi - spiega l’attore -. Uno che vuole viaggiare a velocità massima ma senza conoscerne davvero il motivo. Che si sbatte le ragazze come una bestia davanti alla tv mentre è sintonizzato su Domenica In. E non si serve neanche del branco. Lui è un solitario che trova in Claudio, giovanissimo "malato" di software, hardware e soprattutto di motori, il passepartout per entrare di diritto tra i temerari delle corse che dall’Obelisco dell’Eur spingono a tavoletta fino a Ostia. Il marcio e il puro, insieme, per scelta, si sconvolgono la vita travasandosi l’uno nell’altro».
Pellicola che diventa affresco metropolitano buio e tetro, squallida e inquientante fotografia di un desiderio di non appartenenza...«Anzi di assoluta confusione di tessere in un mosaico del sociale che ha rivoluzionato i suoi "incastri". Perchè lì, nel cuore di Roma, mentre rombano motori tirati a mille, il ricco si veste da borgataro e il giovane è già un veterano del rischio, della scommessa».
Sul set, Mastandrea questa fauna notturna l’ha frequentata: «E non si tratta di marziani ma di gente che quattro volte alla settimana si ritrova in uno spiazzo affinchè il rischio gli riempia la vita. E hanno 19, 30 e 50 anni, parlano solo di spinterogeni e valvole, di bulloni e pneumatici, “vivono" dentro automobili con tanto di televisorino e impianto stereo a palla. Drogati dei motori, come si può essere drogati da collezionisti di soldatini di piombo. Ormai abbiamo superato anche la fase dell’omologazione. Oggi ci spingiamo tutti verso un "oltre" che diventa esso stesso omologato - osserva Mastandrea -. E in questo tipo di società c’è chi ha strumenti per capire e combattere e chi non ha nulla. Emulare, imitare per esserci». Valerio, che gira in motorino e non sa riconoscere neanche la marca di un’utilitaria («non seguo più neanche la Formula Uno da quando è scomparso il mito Senna») questo rischio che tenta di riempirti la vita l’ha provato. Sul set. «Mi hanno piazzato dentro una Ford Sierra Cosworth e in una Delta Integrale facendomi schizzare sulla strada. E diventi un incosciente anche tu - sorride - perchè pensi che con quella macchina da presa incollata al cruscotto non può succederti nulla. Invece quattro testa coda alla fine li ho fatti pure io». E poi c’è l’azzardo, il gioco: «Ci si scommette di tutto: donne, macchine, case».
Mastandrea, che sarà a teatro a gennaio con la commedia Barbara insieme a Marco Giallini, con questo film vincerà di certo la sua, di scommessa: «Anche io rischio facendo il mestiere che faccio. E’ vero, ci incanalo tutta la mia rabbia, la mia grinta ma non è un lavoro con busta paga. Eppure mi piace. Se ho un segreto? Non direi, piuttosto una passione: quella per i personaggi non risolti. E il meschino, brutale, incosciente Stefano è uno di questi».

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