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IL CINEMATOGRAFO 
26.04.2002
Valerio l'antidivo
"Sono un professionista ben vestito... con una vena di follia e violenza impercettibile". In questa intervista in esclusiva, Valerio Mastandrea definisce così il giovane avvocato in carriera che interpreta in Ultimo stadio, opera prima di Ivano De Matteo. Il film, nei cinema dal 10 maggio, è solo uno degli impegni cinematografici dell’attore romano, tra i quali altri due film italiani e un kolossal francese.
"La categoria alla quale appartengo? Cane sciolto... in compagnia... se preferisci randagio". Ma, aggiungeremmo, anche simpatico, disponibile, un autentico "ragazzo della porta accanto".
Abbiamo incontrato l’attore romano Valerio Mastandrea in occasione dell’uscita del film Ultimo stadio, opera prima di Ivano De Matteo, in cui ha il ruolo di un giovane avvocato in carriera. A vederlo, con gli immancabili jeans ai quali è appesa la catenella in acciaio per il portafoglio, giubbotto di pelle e, in una mano il casco per la moto, nell’altra l’altrettanto immancabile sigaretta, potrebbe assomigliare a chiunque all’infuori di un attore famoso.
Attualmente molto richiesto dal cinema, Valerio tra pochi giorni sarà impegnato sul set di Olga e i fratelli Billi, il nuovo film di Francesco Nuti con Francesca Neri ; a settembre sarà ancora nei cinema in Velocità massima di Daniele Vicari (forse al prossimo festival di Venezia): "E’ un film in cui ho il ruolo sgradevole di un orribile italiano medio"; ed è anche tra gli interpreti di Nido di vespe, un kolossal francese diretto da Florent Siri, un film d’azione girato all’americana, di prossima uscita. Ma lui rimane, comunque, il Valerio di sempre: indaffaratissimo e con i minuti contati. Quattro chiacchere non le nega a nessuno. Piuttosto, è l’occasione per accendersi un’altra sigaretta e parlare di sé. In quel suo tipico e limpido raccontarsi che ha conquistato gli spettatori italiani sin dalla sua prima apparizione in pubblico in un Maurizio Costanzo Show di qualche anno fa.
Ultimo stadio è la storia dei cattivi, dei brutti, dei perdenti, degli inutili e degli stolti: una partita di calcio unisce cinque storie di vita che non hanno nulla a che vedere tra di loro, lo stadio diventa quindi una sorta di moderno teatro greco dove i cinque drammi si sfiorano per caso ed appassiscono nello spazio di pochi minuti.
Come descriveresti questa opera prima di De Matteo che vedremo nei nostri cinema dal 10 maggio?
"E’ difficile definire questo film, dal mio punto di vista. Non gli trovo un genere a cui possa appartenere, non mi ricorda un altro film che io abbia visto, niente. E’ sicuramente originale, per forma e contenuti. E su questi ultimi mi sento di poter dire (da pubblico e non da addetto ai lavori) che sia Ivano che l’autrice Valentina Ferlan, abbiano rischiato molto nel cercare di smascherare delle persone, delle situazioni socialmente-corrette, con lo scopo di scavare dentro le apparenze per tirar fuori il marcio e le contraddizioni di cui ci si nutre in un’epoca come questa... Consiglierei ad ogni mio amico di andarlo a vedere, perché è un film duro e puro... e non è poco, credo".
Cosa è per te il gioco del calcio? E qual è il suo ruolo nel film?
"Crescendo ho capito che il calcio è una metafora della vita e della società in cui viviamo. E’ sicuramente uno specchio culturale e non solo di un Paese. Lo chiamo Mondo parallelo al Mondo, con le sue leggi, codici, giochi di potere e mille altre cose. Nel film penso sia questo che ho detto. Un gran bel simbolo".
Qual è il tuo personaggio?
"Un avvocato di successo. Ben vestito... con una vena di follia e violenza impercettibile. Primogenito di una famiglia apparentemente ideale sull’orlo del precipizio..."
Negli ultimi tempi sei particolarmente richiesto dal cinema. Sei interprete di tre film italiani e di un kolossal francese. Il successo riesce ad infettare chiunque di divismo, oppure ci sono anche in questo caso le solite eccezioni che confermano la regola? Te, ad esempio, a quale categoria ritieni, o prometti, di appartenere?
"Questo è un discorso un po’ ‘importante’. Io sono contento del lavoro che faccio. Nonostante questo mi sono costruito una piccola guerra anche qua... se per guerra s’intende la voglia di evolversi, cercare, capire, non stare alle regole imposte da uno show-business che tende ad omologare tutto e tutti. La fortuna del nostro lavoro è quella di poter raccontare, studiare, stimolare se stessi e gli altri alla conoscenza delle cose della vita... anche quelle brutte e scomode... e troppo spesso chi ‘comanda’ un mercato debole e a volte succube cerca direzioni a senso unico. Si tende a rincoglionire il pubblico con certezze e grandi sorrisi. Io il pubblico lo vorrei confondere così come mi sento confuso io... A me il cinema non è che mi richiede in modo particolare... sono io che ho voglia di chiedere al cinema... qualche volta mi risponde... altre no. La categoria alla quale appartengo? Cane sciolto... in compagnia... se preferisci randagio".
C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare?
"Ce ne sono tanti... talmente tanti che quando ne trovi uno dici ‘Ah, esiste pure questo... non ci avrei mai pensato".
Durante la conferenza stampa di presentazione del film il ‘fiume in piena’ Ivano De Matteo si è lasciato sfuggire un accenno al suo prossimo film: sarà una favola metropolitana. – ha detto – Una sorta di storia d’amore dal titolo In vetrina. Ci sarai anche tu tra i protagonisti?
"Lo spero... è una storia bellissima e piena di poesia".
Hai fatto senz’altro più cinema che teatro. Come mai dal 1998 (Rugantino), non sei più tornato sul palcoscenico?
"Il teatro mi manca... un po’ meno quello grande ed importante... appena posso e voglio davvero mi ci rituffo".
Navighi spesso su internet? Un mondo senza internet e e-mail sarebbe stato migliore, o semplicemente diverso?
"Internet mi fa paura. E’ come conoscere un altro modo di comunicare (come la parola, il disegno, la musica). Uno come me è meglio che ci vada piano".
ARTICOLI 2002
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