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10.2001

Siamo andati sul set del film "Lungo la strada" per intervistare Valerio Mastandrea, protagonista del primo lungometraggio di Daniele Vicari ambientato nel mondo delle corse clandestine e delle auto truccate. Mastandrea è Stefano, un meccanico di Ostia, patito di automobili da corsa e con gravi problemi economici.

Cosa ti piace e cosa non ti piace del personaggio che interpreti in questo film?
A dire la verità non mi piace niente di lui: Stefano è calcolatore, meschino, bugiardo. Insomma veramente pessimo. La sola cosa che mi piace è che sente che alla fine tutti i nodi vengono al pettine e le sue bugie e meschinità crolleranno.
Perché hai accettato di interpretarlo allora?
Perché è un personaggio completamente diverso da me, perché non mi piace affatto e perché la sua personalità non è bella. Non sono ancora riuscito a capirlo a fondo, e ogni scena che giro mi dà un dettaglio in più per approfondire il suo profilo. Non è né buono né cattivo e proprio per questo mi interessa e voglio vedere come va a finire. La prima cosa che ho detto al regista riguardo a Stefano era che sentivo qualcosa di marcio in lui, pur non essendo una vera carogna. Affrontare questo personaggio mi dà l'impressione di fare un lavoro completamente nuovo.
Come entri nel personaggio che interpreti?
Non entro, i personaggi restano fuori da me. Li costruisco ma non mi lascio coinvolgere interiormente. Non voglio arrivare a sentire il bisogno di uccidere qualcuno solamente perché interpreto un serial killer.
Come scegli i personaggi che interpreti?
Più che i personaggi scelgo i film, la storia. Sto imparando a leggere le sceneggiature, non è una cosa facile. Prima di questo film sono stato fermo un bel pò di tempo: non riuscivo a trovare uno stimolo, una storia forte che mi piacesse. Di questo film avevo letto la sceneggiatura qualche tempo fa: qualcosa mi aveva colpito ma non sono riuscito a capire esattamente cosa. Allora ho chiuso e sono andato avanti. Poi rileggendola con attenzione, parlandone anche con Daniele (Vicari) ho cominciato a vedere le cose diversamente, a sentirmi più coinvolto. Probabilmente la prima volta non avevo approfondito perché non mi andava di lavorare e per evitare di essere stimolato da qualcosa avevo preferito sorvolare.
Che lavoro fai con il regista, proponi o ti lasci guidare?
Dipende dal regista. Di solito sono un propositivo ma mi fido anche molto: non per evitare di fare scelte ma perchè mi piace confrontarmi. Il bello del cinema è proprio poter lavorare insieme, costruire un film discutendone. In alcuni casi, come Tutti giù per terra di Davide Ferrario, mi affido completamente al regista. Con Daniele invece parliamo tutti i giorni, discutiamo sul mio personaggio per le più piccole cose.
La lunga esperienza a teatro con "Rugantino" ti ha dato qualche elemento in più al tuo lavoro di attore?
Al mio "fruttarolo" sotto casa quando mi chiede come va rispondo "ho una gamba ingessata". Ho imparato molto umanamente e come attore mi sono divertito moltissimo, ma quell'esperienza ha reso il mestiere dell'attore una cosa molto più seria, più concreta, mi ha rallentato i movimenti proprio come una gamba ingessata. Io ho cominciato a fare l'attore perché volevo divertirmi, punto e basta. Invece il teatro mi ha smaliziato.
E' un' esperienza che rifaresti?
Non lo so. Non so se rifarei la stessa cosa, in quello stesso contesto. Ma è come una caduta da cavallo, bisogna ritornare subito in sella. Vorrei tornare al teatro piccolo, quello in cui a volte reciti solo per due persone.
"Rugantino" è stato una caduta da cavallo?
Si, ma in senso positivo: il cavallo correva troppo e io sono caduto, ma non mi sono fatto male. Mi sono divertito tantissimo ma in quel tipo di teatro tutto è più grande, più concreto: 1400 persone tutte le sere, orari precisi, doppi spettacoli, tre ore di spettacolo. Ad un certo punto diventa meccanico e persino grottesco. E' stata un'esperienza bellissima e faticosissima. Soltanto adesso capisco che mi sono anche divertito. Ma sono dovuti passare due anni.

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