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ACTING NEWS 
30.10.2000
Il sole negli occhi
"L’idea di realizzare questo film è nata dal desiderio di capire l’Italia e gli italiani: domandarsi in quale direzione stiamo andando e verificare se il cinema può rivelarsi uno strumento di conoscenza". Così il regista Andrea Porporati, già cosceneggiatore de Lamerica e La piovra 7, 8 e 9, racconta del suo primo film La luce negli occhi.
La pellicola racconta la storia di Marco (Fabrizio Gifuni), ragazzo apparentemente sereno, benestante, che in un momento di lucida follia assassina il padre (Gianni Cavina). Da quel momento in poi, il giovane deve fare i conti con se stesso, con la polizia che sta compiendo delle indagini, ma specialmente con il dolore della sorella e della madre, divise fra l’angoscia per la perdita dell’uomo e il sospetto che Marco non sia estraneo all’assassinio.
"Sono voluto partire dalla vicenda di un ragazzo come tanti altri che è accecato dall’odio per il genitore e nel momento dell’omicidio è sicuro di avere tutte le ragioni possibili dalla sua parte. Poi si accorge del dolore che ha procurato negli altri e si avvede che quel padre così odiato gli manca, è un cammino di espiazione il suo, che rimanda ai personaggi di Delitto e castigo di Dostoevskij".
Alla base di questo malessere giovanile, di questa mancanza di valori c’è la stessa società che si presenta virtuale ed invece è reale: "Vediamo al cinema scene di violenza, le osserviamo nei telegiornali e pensiamo siano senza conseguenze, poi quando siamo noi al centro di queste immagini tutto cambia. Anche il protagonista del film immagina l’assassinio del padre come lo ha visto al cinema, ma si deve scontrare con una realtà diversa, dove la morte è qualcosa di sporco, di goffo".
Sulla difficoltà di interpretare un personaggio che deve rimettere in discussione tutto e scontrarsi su quello che la vita è effettivamente, Fabrizio Gifuni racconta: "E’ il ruolo più complesso che io abbia interpretato, Marco è un ragazzo che si accorge sulla sua pelle di cosa ha commesso e deve trovare la forza e gli stimoli per risalire il tunnel della disperazione. Le riprese sono finite da soli dieci giorni e mi sento completamente svuotato, d’altro canto con un personaggio del genere o ci si confronta fino in fondo o è meglio lasciare stare". Dello stesso avviso anche Valerio Mastandrea che interpreta un poliziotto sulle tracce di Marco e spiega: "E' un film forte, non solo per i temi trattati, anche sul set fra noi attori c’era un’atmosfera pesante. Di solito prima di interpretare la mia parte rido e gioco, mi serve per sdrammatizzare e far calare la tensione di recitare. Stavolta, invece, non è stato semplice scherzare sul set". Ma a dispetto di questa plumbea atmosfera, Porporati racconta con entusiasmo la sua prova dietro la macchina da presa: "Volevo vivere finalmente il set e dare vita ai personaggi di cui scrivevo. Già ai tempi de Lamerica avevo iniziato a lavorare in tal senso, dal momento che Amelio vuole lo sceneggiatore sempre al suo fianco per poter cambiare subito le scene che non funzionano o adattare meglio le situazioni ai personaggi. Non ho avuto modelli in particolare anche se amo molto Lars von Trier e il suo Dogma 95 e Kieslowski per il suo modo di affrontare il male".
ARTICOLI 2000
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