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1999

Le interviste di Max

C'era una volta uno studente che non pensava di fare l'attore, che prima aveva visto sotto shock "L'albero degli zoccoli", poi "Corvo rosso non avrai il mio scalpo", quindi era andato al cinema con gli amici e infine....
Da "Ladri di cinema" al Maurizio Costanzo show al musical Rugantino. E, sugli schermi, ammanettato al letto di Barbara dopo aver usato il fucile a pompa ne "L'odore della notte" e aver lasciato belle tracce di se in "Viola bacia tutti","Tutti giù per terra","In barca a vela contro mano","Cresceranno i carciofi a Mimongo". Insomma, il giovane nuovo cinema italiano:Valerio Mastandrea, "il nostro Clooney"(e in effetti ci somiglia "alla matriciana") approda al successo e scrolla le spalle. Prima il buon senso.
Cominciamo come nei racconti, con il classico "C'era una volta"...
VM: Una volta c'era uno studente universitario che non aveva mai pensato di fare l'attore. Un ragazzo come tanti altri, che aveva pianificato un piano di studi per arrivare a fare l'insegnante. Ero molto legato all'esperienza scolastica e l'idea di fare il professore mi piaceva. Chissà cosa sarebbe successo.
Nel c'era una volta, c'è anche un ruolo per il cinema?
VM: Non più di tanto. Almeno fino ai 18 anni. E' stato allora che ho capito che mi piaceva e, il pomeriggio durante la settimana, ho cominciato ad andarci da solo o con gli amici. Prima ero cresciuto seguendo nelle sale mia madre, che ha sempre avuto una passione per il cinema. Era il tempo dei western rivoluzioneri come "Corvo rosso non avrai il mio scalpo" o "Pat Garret e Billy the kid". Il primo film che ho visto(avevo 6 anni) è stato uno shock: "L'albero degli zoccoli". Non si può portare un bambino di quell'età a vedere certi film. Invece mia madre ha fatto anche questo.
Quando hai iniziato la carriera, tua madre che giudizio ha dato su di te come attore?
VM: Non solo mia madre, ma un pò tutti in famiglia hanno fatto commenti sul mio lavoro. Ma sono sembre stati molto attenti e leali.
La tua è più una famiglia di consigli o di critiche?
VM: L'uno e l'altro. Ma sono abbastanza costruttivi. Al cinema vanno come spettatori, non per vedere me. E le critiche, quando ci sono, riguardano sempre il mio modo di vivere l'ambiente di lavoro. Un mondo nel quale non mi va di buttarmi dentro fino in fondo. Non amo la mondanità, i passaggi televisivi. In questo seguo molto le critiche di mia nonna, che dice:"stai attento. Se devi andare in televisione con il muso, non ci andare". Oppure "vai, ma mettiti la camicia". Dall'aspetto estetico, per arrivare fino ai contenuti, mia nonna è quella che mi stà più addosso.
Ma tu segui i consigli che ti danno?
VM: Per niente. Ogni Pasqua e Natale è sempre l'occasione per fare un piccolo, benevolo processino alle intensioni. Ma è tutto molto scherzoso. Non abbiamo mai litigato veramente. E ci mancherebbe altro.
Il cinema come entra nella tua vita?
VM: Per sbaglio. Con "Ladri di cinema" di Piero Natoli. Ho accompagnato una attrice sul set e Natoli mi ha chiesto di restare. I veri sacrifici sono iniziati con la prima commedia, in scena al teatro Argot di Trastevere. Il resto è stato il normalissimo iter dei provini. A favore e contro, in quel periodo, c'è stata la mia partecipazione al Maurizio Costanzo show. Molti pensano che abbia utilizzato quella trasmissione per fare l'attore. E continuano a pensarlo. Personalmente, credo di aver conquistato, con il mio lavoro, una certa credibilità:e in ogni caso, per me non è mai stato importante apparire, ma riconoscere a me stesso che potevo fare l'attore.
Quando, per la prima volta, ti sei sentito attore?
VM: Attore attore non mi ci sento nemmeno adesso. E' il mio lavoro. Mi piace.Ho dei valori e delle idee che voglio portare avanti. Anche le mie scelte sono simboliche. Per esempio continuo a recitare film indipendenti. Certo, ho anche fatto scelte sbagliate. Ma ho capito, facendole, dove era l'errore.
Il successo non ti ha montato la testa. Dove stà il segreto?
VM: Sarà retorico, ma dal successo ci si difende mantenendo certi rapporti umani, vedendo gli amici veri e continuando a cercare di fare le cose di sempre. Più passa il tempo, più mi accorgo che diventa difficile. Se ho una fortuna è che sono timido. La timidezza mi ha difeso.
Vivere come si è sempre vissuti, anche dopo essere diventati dei divi, ha un prezzo?
VM: Chiaro. Alcuni amici li ho persi. Con pochissimi è successo pure che cominciassero a vedere in me l'attore. Uno pensa sempre che questo mestiere cambi chi lo fa. Non è sempre vero. Ci sono volte in cui sono le altre persone che cambiano il loro rapporto con te.
Pensando al tuo lavoro, che definizione daresti di coraggio.
VM: Probabilmente è prendere parte a una cena importante con i calzini spaiati. E' molto metaforica. Diciamo che coraggio è restare se stessi anche frequentando gente importante. Altre volte coraggio è sapere dire di no, anche a costo di passare per antipatico.
Ti senti più un coraggioso o uno che si difende?
VM: Un pò tutte e due le cose. Ho una linea coerente di vita, che comprende l'amore, i rapporti di amicizia, il modo di lavorare che cerco di mantenere. E' una linea che non sempre va bene: la testa contro il muro l'ho sbattuta. Però sono contento di essere dove sono. Non mi cambierei con nessun altro. Non è presunzione. E' faticare per riconoscersi nelle cose che si fanno.
Il primo premio, il Pardo d'Oro a Locarno per "Tutti giù per terra", non si scorda mai. Ma il secondo?
VM: Dipende cosa c'è dietro. La Grolla d'oro di Saint Vincent non me la scordo. Ma anche verso i premi, non ho un'attrazione particolare. E' come l'esame di maturità: un pò ti rode che qualcuno debbba giudicarti. Anche quando ho vinto il Pardo a Locarno, un premio che giudico importante, mi sono preso in giro da solo.
Sei uno dei giovani attori più considerati del nostro cinema: professionalmente, ti senti a un bivio?
Non direi davanti a me ho sempre visto una sola strada, bella grossa, che comunque andava percorsa piano piano. Preferisco pensare all'idea del bivio in termini privati, quando deciderò di convivere con una donna. Ecco, allora potrò considerarmi ad un bivio.
Essere un attore in qualche modo da cassetta, che impressione ti fa?
VM: Più frequento questo mondo e più mi accorgo che la gente non va a vedere l'attore o l'attrice: va a vedere i fenomeni. Quelli che stanno in televisione un giorno si e l'altro pure. E' vero che anch'io sono stato 7 giorni sa 7 in tivù per promuovere Barbara. Ma non è che mi sia divertito. Le strategie di promozione di un film andrebbero ridiscusse. In altre nazioni, non si usa l'espediente del passaggio televisivo per portare pubblico nelle sale. Da noi va così: bisogna prendere atto e mandare giù un sacco di cose. Io dopo 7 giorni di trasmissioni, mi sentivo in preda alla frustrazione. Perchè non sono uno che fa l'attore anche fuori dal set. Finito di lavorare, chiudo il negozio e torno una persona. Non c'entra niente il divismo e l'antidivismo. Premesso che faccio un mestiere che mi piace, mi è difficile accettare quest'epoca di mitizzazione quotidiana. Ed è difficile capire perchè le ragazzine piangono quando mi vedono. Cerco di rispettarle. Ma preferirei che provassero queste emozioni forti per qualche cosa di più importante di un attore.
Stai per interpretare il Rugantino. Da Nino Manfredi cosa vorresti: solo un consiglio o che ti venisse a vedere?
VM: Di consigli me ne potrebbe dare tantissimi. Ma sia lui che Montesano sanno che il mio sarà un altro Rugantino. E spero siano contenti di questo.
C'è un personaggio per il quale saresti disposto a mandare a monte qualsiasi alto inpegno?
VM: Forse, visto che mi piacerebbe recitare una storia d'amore, per un Romeo particolare. Anzi, meglio Mercuzio.
Non ami intromissioni nel tuo privato. Ma sei di quelli che si appellano più al Rodotà o al buon senso delle persone?
VM: Al buon senso. Prima lo chiedo con gentilezza: per favore. Poi, se non lo capiscono, mi arrabio. Non sono un attore a tempo pieno. Finito di lavorare, tirogiù la serranda e non se ne parla più.

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