La parola che Pietro Garinei odia di più, in questi giorni, è probabilmente l’aggettivo casereccio. Giura anche se è impossibile credergli che un critico, in passato, attribuì questo termine, fra gli altri, a un musical di G & G, leggasi premiata ditta Garinei & Giovannini, ovvero la fabbrica dei sogni puliti degli Italiani da mezzo secolo a questa parte. A poche ore dalla ”prima” di uno dei titoli più cari, il Rugantino, al Sistina di Roma da stasera, il gran patron è disposto a tutto, persino a ricordare quella definizione che, forse, gli fu riferita per dispetto da qualche rivale senza creatività. Se gli si chiede dello spettacolo, di cui cura la regia a quattro decenni dall’edizione originale, dimentica però gli esorcismi e attacca a fondo: «Per me è un’emozione grandissima, è ritrovare la mia giovinezza. Quando feci il primo Rugantino assieme a Sandro (Giovannini, n.d.r.), Franciosa, Festa Campanile, e attori quali Fabrizi e Manfredi, avevo quarant’anni. Adesso che la commedia torna in vita, con le musiche di Trovajoli sempre meravigliose, con i nuovi interpreti, Gino Landi preziosissimo collaboratore e le scene e i costumi non starebbe a me dirlo incredibilmente belli di Giulio Coltellacci, ecco, vivo fra i sentimenti. E il botteghino dimostra che il pubblico partecipa come me a questa rentrée, stessa gioia e stessa trepidazione».
Anche un’altra storiella fa lo fa imbestialire: «Non mi sembrerebbe giusto le frasi bisogna strappargliele di bocca che qualcuno cercasse il paragone fra gli attori di ieri e di oggi. Con gli spettacoli storici del Sistina è già successo. Rugantino fu di Manfredi e Montesano, Rosetta l’hanno fatta la Massari e la Chelli, mastro Titta è legato all’immortale Fabrizi. Vero. Ma se l’opera non muta, per forza mutano gli interpreti che le danno faccia, corpo, voce. Mi chiedono di Valerio Mastandrea e Sabrina Ferilli: diversi dai protagonisti di quarant’anni fa? Diversi, certo. Quelli erano come i miei fratelli, questi sono i miei nipotini. Ma il rapporto che ci lega è sempre stretto, parentale. E lavorano con tale entusiasmo, con tale preparazione... Mi piacerebbe, in chi starà seduto davanti allo spettacolo, la testa sgombra che consente di apprezzare queste cose, con obiettività».
Rugantino nuova edizione vede nel numerosissimo cast, fra gli altri, Maurizio Mattioli (mastro Titta), Simona Marchini (Eusebia, il ruolo che fu di Bice Valori) e Cesare Gelli. C’è un corpo di ballo con danzatori-attori-cantanti cui Landi ha fornito coreografie completamente nuove. Gli ambienti e gli abiti firmati Coltellacci trasportano il pubblico, con la forza delle magie teatrali riuscite, nella Roma del Papa Re, dove Rugantino, chiacchierone, sbruffone ma vigliacchetto, riesce ad affrontare per amore, non essendo colpevole, la ghigliottina. «Il finale tragico - racconta Garinei - quando lo scrivemmo non mi trovò d’accordo. Pensavo che la gente volesse vederlo vivo e vegeto, il protagonista, fra le braccia della sua donna. Invece i fatti gli spettatori si sono sempre lasciati coinvolgere fino alla commozione dall’epilogo con la ghigliottina mi hanno dato (per fortuna) torto». Confessa anche, Garinei, di trovare il proprio premio non tanto negli applausi che piovono sullo spettacolo quando il sipario si riapre sull’ultima scena. «La gratificazione più grande, per me, sono i sussurri, il canticchiare, le facce contente di chi esce dalla sala e si avvia all’uscita in un brusio di rumori misti che mi fa pensare a un concilio di rondini. Quella è la vera misura del successo: essere entrati nell’umore del pubblico, farne direttamente parte».
La musica l’ha incisa, in studio, un’orchestra di quaranta elementi, con la direzione del compositore stesso. Che teneramente, durante le prove in palcoscenico, ha guidato di persona gli attori durante le parti cantate, respirando con loro, portandoli alla giusta temperatura di classici internazionali quali, primo fra tutti, Roma nun fa’ la stupida stasera. «Non c’è un’orchestra dal vivo spiega il regista ma vorrei ci si rendesse conto che il livello della colonna sonora, rispetto a quanto potrebbe garantire un complesso di strumentisti sistemato davanti al palcoscenico, è assai più alto. Quaranta professori in studio, con Trovajoli sul podio, assicurano finezze e pienezze di suono altrimenti irraggiungibili. Gli attori cantano rigorosamente dal vivo, però, e sono impegnati al massimo nel rispettare tempi, attacchi, cesure. Un’orchestra dal vivo, si sa, può sempre rattoppare eventuali imperfezioni». Poi, l’ammissione: «Di ritrovarmi con Rugantino sono davvero felice. Significa Roma, il suo carattere, i suoi peccati e le sue grandezze. Mi riporta indietro e mi proietta avanti, con compagni di lavoro incantevoli, i giovani che amano quello che stanno facendo, i veterani sempre entusiasti. E fa compagnia l’idea di avere accanto chi non c’è più. L’importante è arrivare al brusio di cui dicevo prima, al chiacchiericcio soddisfatto di chi esce dalla sala portandosi a casa una bella serata». 23 dicembre Ieri al Sistina il debutto di un allestimento che non fa rimpiangere le scorse edizioni Nuovo Rugantino Roma sempre eterna Rugantino, commedia musicale nata quarant’anni fa dall’incontro fra Garinei e Giovannini, Massimo Franciosa e Pasquale Festa Campanile, collaboratore artistico Luigi Magni, musica di Armando Trovajoli, è uno di questi casi esemplari. Storia d’amore, sbruffonate e coltello, svolta nella Roma del Papa Re che ghigliottinava patrioti e facinorosi fra un ghiotto carnevale e le dorate dittature vaticane, crea, attraverso differenti caratteri, un’ideale figura unica, riconoscibile, amabile proprio in quanto capitolina. Smargiassa e chiacchierona. Generosa e mordace. Epicurea, amante della beffa, fatalista, fedele all’amicizia, vigliacca ma, in casi estremi, addirittura temeraria. Procace, provocatrice, più pubblica che privata, mangiona e scollacciata, mangiapreti eppure sempre pronta a baciare un anello cardinalizio. L’anima romana, si diceva. Che alberga in Rugantino dai mille espedienti, adoratore della battuta, eroe per forza. In Rosetta, ’bbona de core e de tutto, moglie del rude Gnecco e concupita dai maschi dell’intero quartiere, modella dello scultore Thorwaldsen, ma destinata a innamorarsi del bulletto. In mastro Titta, oste nella quotidianità, boia del Papa quando c’è da far saltare una testa. In Eusebia la burina, mantenuta di sani principi, che diventa, alla fine, fedele compagna del verdugo. Nei principi neri e nelle loro mogli puttane; nella soldataglia, nei sacerdoti non promossi; nei barcaroli, nei tagliapietre, nelle gattare.
Dello spettacolo di G & G si sa tutto. Che fu affidato prima a Manfredi, con accanto Lea Massari, poi, vent’anni fa, a Montesano e Alida Chelli. Mastro Titta è stato sempre il leggendario Fabrizi. Bice Valori, Eusebia. Una delle canzoni di Trovajoli, Roma nun fa’ la stupida stasera, ha fatto il giro del mondo. Ma mirabile è la partitura nel suo complesso, pregna di sapienze, riferimenti al melodramma e alla musica popolare, echi mediterranei, finezze alla Paisiello, ispirazioni da viaggio in Italia. E poi, gli inimitabili scene e costumi di Giulio Coltellacci.
Ora Garinei, coadiuvato da Magni e da Gino Landi, che ha rifatto completamente le coreografie, rimette in scena la commedia. Il debutto ieri sera, al Sistina, con Sabrina Ferilli, Valerio Mastandrea, Maurizio Mattioli, Simona Marchini e Cesare Gelli nei ruoli storici. Gli ambienti, sempre di Coltellacci. Una delizia.
Roma di cartapesta e polistirolo è vera e insieme favolistica, fra archi, nicchie, ruderi, lo scomparso porto di Ripetta e Campo Vaccino, le osterie, i palazzi, le chiese, le piazze. A far ridere e piangere, sospirare, innamorare, ci pensano il collaudato copione e le canzoni, cui gli attori, guidati da un Garinei regista dal tocco giovane giovane, danno ali di poesia, anche nel rubizzo vigore del dialetto. L’avventura corre leggera. Il pubblico la beve contento, parteggia per il fanfaroncello e per la sua donna, ucciderebbe gli infingardi, simpatizza con mastro Titta, sghignazza alle uscite di suo figlio, il Boietto, che taglia le carote a colpi di minighigliottina. Ascolta (e capisce) la tradizione. Bravissimo Mastandrea, in teatro una rivelazione: asciutto, schietto, pauroso, irridente e tenero come deve per il personaggio. Bravissima la Ferilli, e particolarmente bella: la sua maturazione artistica è qui palese, ha imparato a cantare sfruttando al meglio i propri toni, sprizza comunicativa, impone la sua Rosetta. Il mastro Titta di Mattioli si lascia credere, ottiene gli effetti desiderati. Simona Marchini rende Eusebia un paesana di furbizie, mossette e buoni sentimenti che conquista gli spettatori. Cesare Gelli e Gabriella Bove sono impeccabili artistocratici, sapidi e cialtroni. Gianluca Ramazzotti fa un Boietto irresistibile. Da stornello doc la voce di Fabrizio Russotto. Autorevole lo Gnecco di Massimiliano Pazzaglia. Dei meriti del corpo di ballo e di Landi non si direbbe mai abbastanza. Una serata regalo, insomma. In dialetto quirite ma che parla a tutti. E Roma, grazie a Garinei, torna capoccia.