|
|
CORRIERE DELLA SERA 
23.12.1998
L'inno al romanticismo non ha una ruga
Giusto prima del Giubileo, ecco tornata nel "suo" Sistina la Roma Papalina del 1830 nel classico "Rugantino", il più bel classico di Garinei & Giovannini (più Festa Campanile, franciosa e Magni, non a caso regista di "Nell'anno del Signore"), spettacolo abile, lucente e completo di scrittura drammatica, ma anche, vedi successo Usa del '64, perfetto anche per l'export. Dopo due edizioni del '62 e del '78, targate Manfredi e Montesano, e il mediocre film Celentano-Mori, il vanaglorioso eroe dalla "faccetta intrepida" è oggi Valerio Mastandrea che, impunito e strafottente con misura, fa di Rugantino un prototipo da commedia dell'arte con rara intelligenza espressiva e senza sbagliare ritmo, inserendosi, dal cinema off, in un teatro molto "in": non fa rimpiangere nè le qualità istintive e raffinate di Manfredi, nè il gusto comico e grottesco di Montesano. E' Rugantino che, dopo 2 ore e mezzo, minando il lieto fine (fino ad allora era morto solo Paneli in "Rinaldo in campo"), viene ingiustamente decapitato - l'amico boia Mastro Titta farà cadere la sua 300ma testa, acquisendo il premio pontificio - dimostrando così la sua dignità "de omo" alla sospirata Rosetta. Una intensa, bella, drammatica Sabrina Ferilli, che si riprende le sue origini sensuali e sta al gioco in un equilibrio delicato, cantando e ballando da esperta: anche quì non si rimpiangono le doti della Massari (modello vicino), quelle vocali della Vanoni o la comunicativa della Chelli. E' con Sabrina che Valerio, in bella coppia, intona l'inno nazional popolare del romanticismo, "Roma nun fa la stupida stasera", il motivo più bello di Trovajoli, autore di una straordinaria partitura che mescola gli stornelli agli echi di Puccini-Bernstein. Intorno, popolani ballano con le solari aperture coreografiche di Gino Landi, panorami alla Pinelli che sfilano sui girevoli secondo il gusto unico di Coltellacci, nobili cinici, pii e bari (un plauso a Cesare Gelli e Gabriella Bovi) folklore e battute alla Gioacchino Belli. Il bel personaggio del boia, reso indimenticabile da Fabrizi, è affrontato dall'applauditissimo Maurizio Mattioli con ottima misura comico-patetica, così come la Marchini, al posto della Valori, mette tutta la sua fine ironia. E poi "Rugantino", senza una ruga dopo 36 anni è, per merito di Garinei regista, una felicissima sintonia di risate e magoni, nello spirito liberal-risorgimentale che mira al cuore di potenti e prepotenti. Successo? Macchè, trionfo. A Milano appuntamento a fine millennio.
ARTICOLI 1998
|