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IL MESSAGGERO 
25.10.1998
Mastandrea: Rugantino dell'ultima generazione
«Nino Manfredi? Enrico Montesano? Macchè: il mio sarà un Rugantino di ventisei anni, per la nuova generazione». Occhi scuri ed espressivi, jeans e sigaretta in bocca, Valerio Mastandrea, romano e romanista doc, nelle sale con L'odore della notte di Caligari, parla del suo prossimo lavoro: il Rugantino, che debutterà al Sistina il 22 dicembre con Sabrina Ferilli. A Saint Vincent ha ritirato tra gli applausi la Grolla d'Oro vinta nel '97, come migliore attore per Tutti giù per terra di Davide Ferrario e, da allora, ha fatto passi da gigante. Fino a diventare uno degli attori italiani più richiesti del momento.
Come sarà il suo Rugantino?
«Nuovo, completamente diverso dai precedenti: sarà un Rugantino che parla, pensa, agisce come la mia generazione».
Non la spaventa il paragone con Manfredi e Montesano?
«Niente affatto, non penso al confronto. So bene che prima di me hanno avuto questo ruolo due mostri sacri, ma il nostro non è certo un remake. Mi sento completamente libero di lavorare sul personaggio, non ho neanche voluto vedere le cassette degli spettacoli precedenti. Non amo essere identificato con qualcun altro».
Neanche con Verdone, che ha indicato proprio lei come suo erede?
«Che Carlo Verdone pensi a me come suo successore non è una gioia, è qualcosa di più. I suoi film mi sono sempre piaciuti. Appena escono, vado al cinema il lunedì pomeriggio con un amico, lo facciamo da una vita, per noi è un rito».
Cosa le piace nei film di Verdone?
«Il finale, da morire. Lui accumula comicità per tutta la pellicola e alla fine, di botto, ci mette l'amarezza. Mi piacerebbe lavorare con lui. Ma non perchè siamo tutti e due romani, rifiuto questa etichetta. Non mi piace parlare di gruppi come, per esempio, i "comici toscani". Identificarci così è un limite del nostro paese: io sono romano, e felice di esserlo, ma le emozioni che uno riesce a dare sullo schermo non hanno regione».
Come ci si sente ad essere uno degli attori più richiesti in Italia?
«Malissimo, mi mette tristezza perchè finchè lavora uno solo, il mercato non va avanti. E' elementare, anche il mercato di piazza Vittorio funziona solo se tutti i banchi di frutta vendono la merce, se ci riesce uno solo è finita. Perchè il nostro cinema cresca, dobbiamo stare in pista un po' tutti, e combattere armi in pugno».
Combattere come?
«Lottando contro la tv, che ai nostri film sta facendo molto male: gli spettatori vanno nelle sale per vedere i kolossal americani e per le pellicole di casa nostra accendono il video. Io, nel mio piccolo, ho deciso di non fare più televisione e di buttarmi in progetti di altro tipo, come Barbara, un film autoprodotto, diretto da Angelo Orlando. Ci lavoriamo io e Marco Giallini: è la storia di due avvocati legati a un letto per 24 ore, in attesa di una donna che non si sa se verrà. Il film esce il 6 novembre, e per me si tratta di una grande scommessa».
Ha mai pensato di fare il regista?
«Per ora no, ci tengo ad avere chiaro il mio ruolo creativo. Non sono uno di quelli che appena diventano famosi si mettono fare di tutto, come incidere un disco o scrivere un libro, per carità».
Ligabue ha diretto un film, non le è piaciuto?
«Radiofreccia è bellisimo, ma per Liga è diverso, lui è un comunicatore puro, quello che fa gli riesce bene. E alla lotta per il nostro cinema sta dando qualcosa. Perchè non bisogna fare come chi scappa in Francia, dove certamente si lavora meglio. Ma restare qui, con il coltello fra i denti, e fare vedere chi siamo».
ARTICOLI 1998
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