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CORRIERE DELLA SERA 
09.10.1998
L'Odore della Notte
....Il secondo film di Claudio Caligari, quindici anni dopo «Amore tossico», è un jolly per il cinema italiano. "L'odore della notte", storia di una banda di rapinatori di borgata, è ispirato, ma alla lontana, al clan dell'Arancia meccanica che, nell'Italia anni '70, derubò, violentò e spaventò i vip.
Peccato che Caligari sia stato silenzioso così a lungo: il suo film, prodotto da Risi e Tedesco, è registrato su una sfumatura inedita di grottesco, ha coerenza stilistica e voglia di sparlare. E ha un gruppo di attori bravi e bravissimi, come Valerio Mastandrea che ci confida confusione e dolori: "Il personaggio mi ha dato un senso di libertà con un misto di buffo e tragico. Sono cattivo ma tra le righe, rinunciando alla mia consapevolezza: mica vengo da Stanislavskij. Cosa odio? I compromessi, la fiction tv, il cinema "giovane": perciò mi butto in Rugantino".
Attacca Caligari: «Non ho lavorato perché tutti dicevano "sei pazzesco, sei come Bernardo Bertolucci", ma poi non si faceva niente. Ero sgradito al potere del CAF, soprattutto ai socialisti, disturbavo. In quegli anni, se non eri affiliato alla cosca e non ti offrivi di edulcorare o mascherare la realtà, non lavoravi: il dilemma era se fare il soprammobile o usare la coscienza critica. Ora qualcosa è cambiato, il clima è diverso, qualche spazio si è aperto, ma io sono rimasto lo stesso. Però il film non ha avuto divieti e la Rai l'ha comprato per Raidue».
Sembrano vicini gli anni '70 con le signore impellicciate e le case pop, ma sono quasi in "costume": «Abbiamo convinto Little Tony, che pure non era stato rapinato, a fare se stesso e a cantare "Cuore matto" con la pistola puntata». Sempre senza metafore, Marco Risi: «Il cinema italiano da 20 anni non ha più coraggio, si è malato quando è nata la tv commerciale. Hanno distrutto i talenti e i valori, e ora i critici sparano sui nostri e il pubblico plaude: allora?». Il film sconta qualche ripetizione, mette fra parentesi il lato Robin Hood, ma tiene il ritmo morale, attacca un Paese che cadrà nella rete di Tangentopoli, attraccando, alla fine, alla deriva delle crisi esistenziali, sui panorami di borgata, dove già il vivere è una droga. «Ma a me - dice il regista - interessava la valenza simbolica, sono un po' Lumière e un po' Méliès, realista e fantastico. Ora progetto una storia di 'ndrangheta che si svolge a Milano e hinterland, tipo "quei bravi ragazzi" di Scorsese. Anche qui un bello spaccato italiano, costruito sulle parole di un pentito»....
ARTICOLI 1998
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