"Ultimo stadio" è stato girato in 6 settimane ed è costato 1 miliardo di euro, di cui 725mila sono il contributo governativo. "E’ un film duro che racconta vicende autentiche, frammenti di un quotidiano che ci circonda. Le mie storie iniziano e non finiscono, sono storie aperte" dice il regista Ivano De Matteo. "Io sono estremista, perciò ho voluto che tutti i personaggi fossero sgradevoli, in tutte le sfumature. Non mi interessa il buonismo o l’happy end, se fosse così farei la fiction alla “Maresciallo Rocca”. Dove sta l’uomo buono? Non c’è. Forse i buoni li possiamo cercare tra i cattivi". "Le quattro storie ruotano intorno a quella dell’arbitro Toscani che fugge all’improvviso, lasciando casacca e fischietto nello spogliatoio a pochi minuti dall’inizio della finale di Coppa dei campioni. Perché se l’arbitro se ne va all’insaputa di tutti, si blocca tutto un meccanismo: l’entusiasmo delle tifoserie, la trasmissione televisiva, il movimento di soldi, le interminabili discussioni del dopo partita. Tutto il sistema fa cilecca e restano là fuori da quell’enorme catino colmo di gente le storie dei cattivi, dei brutti, dei perdenti, degli inutili".
"Ultimo stadio" è stato portato alla 25/a edizione del Festival du Film Italien de Villerupt.
Il titolo "Ultimo stadio" si riferisce alla partita di calcio che fa da filo conduttore delle vicende narrate, ma anche alla situazione psicologica in cui versano tutti i protagonisti che sono appunto all'"ultimo stadio".
Il calcio nel film è usato come metafora della vita. Mentre il calcio, quello giocato, non si vede mai, rimane fuori, è soltanto un pretesto e una causa scatenante.
La metafora calcistica è spiegata anche dal personaggio di Rolando Ravello nel suo dialogo con Franco Nero.
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